Se lo scrittore di vaglia ha la capacità di leggere, negli eventi come nel cuore degli uomini, ciò che altri non coglie, questa sensibilità eccezionale – propria di ogni animo poetico – non lo esime dall’inverso, cioè dalla norma: un bravo scrittore vede anche ciò che vedono i comuni mortali. Una visione, quest’ultima, che purtroppo sembra mancare al Vassalli delle ultime opere, evocative, da questo punto di vista, delle sue primissime, come Sangue e suolo [1]. Il titolo echeggia Blut und Boden, sangue e suolo in tedesco, appunto, suggestione che viene dalla propaganda nazista. Il libro nasce da appunti presi in occasione di un viaggio in Alto Adige e Germania effettuato tra il febbraio 1983 e l’agosto 1984 per conto di Panoramamese, edito con scarsa fortuna dall’Arnoldo Mondadori (che all’epoca non era ancora stata razziata da Silvio Berlusconi). In Sangue e suolo Vassalli attacca «la follia della proporzionale etnica» in Alto Adige, senza mai scorgere la motivazione di fondo che sta dietro questa chiusura a riccio della maggioranza tedesca del Sud Tirolo: il sacrosanto diritto a conservare identità, stile di convivenza e scelte di vita che le sono propri. Tutti elementi che i tedeschi sudtirolesi – ecco ciò che è sfuggito a Vassalli – ritengono di poter tutelare soltanto alla condizione di escludere rigorosamente, anche a rischio di discriminazioni odiose, gli italiani, il cui andazzo tutto inquina e degrada, dall’arredo urbano alle regole della civile convivenza all’etica. Opinione censurabilissima, d’accordo, ma che uno scrittore di vaglia, soprattutto quando svolge il ruolo preponderante di giornalista-saggista, ha il dovere di cogliere e spiegare. Ci sarà una ragione se Bolzano o Merano, a differenza di Napoli o Catania, sono linde come borghi svizzeri e non contaminate dal pizzo mafioso, no? Invece Vassalli si scaglia lancia in resta contro l’apartheid sudtirolese, partendo dal presupposto che si apartizzi da una parte sola (sottovalutando le conseguenze della migrazione di italiani propiziata dal fascismo allo scopo di diluire la predominanza tedesca), emotivamente caricato da una voglia di rivalsa manichea contro il mondo.
Una voglia inappagabile e che riaffiora nella sua opera successiva, pure classificabile tra le giovanili e le meno riuscite: L’oro del mondo [2]. Romanzo che qui e là anticipa il futuro Vassalli di stazza, ma che palesa soprattutto l’accanimento dell’emarginato, dell’antagonista furioso quanto spoliticizzato. In molti passi scade nello sfogatoio e nell’invettiva. Lo stile ne risente: l’uso delle parentesi, per esempio, è smodato. Poi ripetizioni di frasi e di concetti, pleonasmi. Tante cadute di forma e di sostanza che trovano riscatto in sostanziosi anticipi delle grandi qualità narrative di Vassalli, che soltanto in seguito sbocceranno appieno: l’originalità nell’interpretare il mondo e la propensione alla ricerca storica. Ne sono esempio l’episodio sul commissario Pòlito, amante-stupratore di Rachele Mussolini; quello sul Re, che a Brindisi scambia i plenipotenziari degli Alleati per giardinieri e gli chiede di portargli delle uova: quello sui “resistenti” dell’esercito italiano a Cefalonia, che in realtà furono collaborazionisti e aiutarono i tedeschi a massacrare altri italiani; quello sulla tratta dei soldati italiani sbandati in Grecia e mercanteggiati come schiavi.
E finalmente arrivano, dalla Chimera in poi, le opere della maturità, opere d’arte. Perfettamente calibrate, senza sbavi né cadute, dove l’alta qualità narrativa gareggia con la rigorosa dissezione storica [3]. Tutte doti che, ne La notte del lupo, sono maggiorate di talento dissacratorio [4]. Vassalli vi ricostruisce la vita di Yoshua Ha-Nozri (Gesù lo Straniero). La sua ponderata iconoclastia raggiunge l’apice quando spiega perché Alì voleva ammazzare Karol Wojtyla: Alì, reincarnazione di Giuda, intendeva punire coloro che, dagli apostoli sino al papa, avevano tradito il suo insegnamento: che era quello di amare il prossimo prima di Dio e quindi tutto il contrario del creare una nuova religione. Non a caso, nell’ultima cena, Gesù non disse «qualcuno qui mi tradirà», ma il contrario: «solo uno qui non mi tradirà».
I segni di un decadimento narrativo che in una certa misura rimarca il ritorno alle origini arrivano con Archeologia del presente [5]. Opera talmente poco coinvolgente che il lettore ha lo svacco di chiedersi perché la Einaudi non abbia messo a disposizione di Vassalli (non gli abbia imposto) un editor. Vassalli avrebbe così evitato passaggi del tipo: «(l’ho già detto?)», sostitutivi della doverosa verifica delle ripetizioni. Avrebbe altresì evitato di scrivere «roulottes»... In lapidaria e severa sintesi: stile scritturale sciatto, con inflazione di partitivi e di d eufoniche inopportune, e punteggiatura a casaccio. Non rari i luoghi comuni del giornalismo deteriore, tipo «vere e proprie», «probabilmente a causa dell’asfalto reso viscido dalla pioggia».
Vassalli palesa qualche guizzo in Stella avvelenata [6], ma ricade molto in basso con La morte di Marx, di cui riproponiamo la recensione [7].
Ed eccoci all’ultima fatica di Vassalli, fresca di stampa, L’italiano. Liquidiamo i soliti, venalissimi peccatucci stilistici, compreso il vezzo di usare sistematicamente i due punti per introdurre una subordinata esplicativa, chiusa da una virgola. E veniamo al sodo.
Alcuni racconti sono noiosi e non chiari: non se ne decifra il messaggio e i tratti supposti delineare il tipo d’italiano sono banali. Ma qui e là risaltano pennellate eccellenti. L’autore si conferma maestro nel cogliere l’essenza degli eventi storici e dei personaggi di spicco.
Duole però rimarcare lo scadimento contenutistico al capitolo dedicato a Craxi-Berlusconi. Che soffre di un sospetto limite d’autofrenagione: Berlusconi è l’editore dell’autore. «Tra le infinite sue proprietà c’è la casa editrice che pubblica i miei libri, e che vorrei continuasse a pubblicarli. Naturalmente, potrei scrivere in un’altra lingua e andare a vivere in un altro paese, ma sono troppo vecchio per cambiamenti così radicali». Ma Giorgio Bocca, assai meno giovane di Vassalli, non ha esitato ad abiurare la Mondadori di Berlusconi: per esigenze di coerenza, se non anche di condizionamento editoriale. Invece Vassalli si rammarica di non avere «il privilegio di conoscerlo», il Berluska.
Curiosa apostasia per un autore che in passato non ha esitato a schierarsi su fronti antagonisti e scomodi, nell’Italiano Vassalli si chiama fuori dalla contrapposizione tra chi ama e odia Berlusconi per proclamarsi estraneo a entrambi questi sentimenti. Gli riconosce addirittura di non abusare delle televisioni. Riconoscimento che l’encomiato non mancherà d’incorniciare, a disdoro delle schiere di autori che lo hanno eletto monopolista mediatico oltre i limiti consentiti dai principi della Costituzione repubblicana e delle regole democratiche.
Altra caduta: Vassalli scrive che Craxi è morto in esilio, implicitamente riconoscendogli rango di perseguitato politico. Balle: Craxi è morto da ricercato, nella sua lussuosa residenza tunisina, benaccetto da un governo torturatore sempre beneficiato dai governi Craxi. Craxi è morto renitente a scontare in patria una pena subita in contumacia, passata in giudicato e motivata da ruberie allo Stato. Craxi era un ladrone di risorse pubbliche, non un dissidente condannato per reati di opinione.
Siamo ai soliti vizi degli esordi narrativi: bravo a distaccarsi dal passato e quindi a descriverlo bene, Vassalli perde la bussola quando narra episodi che gli sono coevi.
[1]
Sangue e suolo, Viaggio tra gli italiani trasparenti, Einaudi (gruppo Arnoldo Mondadori Editore), 1985-1998.
[2]
L’oro del mondo, Einaudi, 1987.
[3]
La chimera, Einaudi, 1990
Marco e Mattio, Einaudi1992
Il Cigno, Einaudi, 1993
3012, Einaudi, 1995
Cuore di pietra, Einaudi, 1996.
[4]
La notte del lupo, Baldini & Castoldi, 1998.
[5]
Archeologia del presente, Einaudi, 2001.
[6]
Stella avvelenata, Einaudi, 2003.
[7]
La morte di Marx, Einaudi, 2006.
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