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13 luglio 2008  
LETTERE

GIOVANI E ADULTI SENZA BUSSOLA ETICA

Come si guarisce dalla mania dei tatuaggi?

di Caterina Comminelli
Bologna

 

 

 

 

La primavera scorsa mia figlia, 15 anni, ha sofferto due infezioni epidermiche, al fondoschiena e alla pancia (cioè sulle parti che le adolescenti amano esibire), provocate da tatuaggi, probabilmente eseguiti in condizioni igieniche non ottimali.
Se li era fatti fare a mia insaputa, spendendo rispettivamente 250 e 300 euro, «risparmiati sulla paghetta settimanale», ha spiegato subito lei, ma in realtà ottenuti vendendo un bracciale che mio marito e io le avevamo regalato in occasione della cresima.
Mi sono spaventata a morte quando il medico mi ha spiegato che i tatuaggi, oltre che infezione epidermica, possono trasmettere anche contagi ben più seri, come l’epatite C e l’Aids.
In casa avevamo parlato spesso dei tatuaggi, e mia figlia aveva convenuto con noi nel definirli una moda stupida e doppiamente costosa, perché poi spendi una cifra se decidi di farteli cancellare. Giudizi che l’hanno indotta a farsi tatuare di nascosto, nel timore di contrariarci e anche di rinnegare la propria valutazione negativa sui tatuaggi o di dover ammettere di averla espressa tale al solo scopo di compiacerci.
Per risolvere la duplice infezione il dermatologo ha dovuto abradere i tatuaggi che ne erano la causa. Adesso, al posto dei tatuaggi, mia figlia ha lievi chiazze chiare, di cui un paio di settimane di spiaggia a Pesaro hanno evidenziato il contrasto con l’abbronzatura del resto del corpo. E proprio la spiaggia, dove ci sono molti corpi tatuati, ha riaperto con nostra figlia la discussione della primavera scorsa, che ritenevo chiusa con la condanna senza appello dei tatuaggi. Confortata dal giudizio positivo di persone tatuate anche adulte, adesso mia figlia ha nobilitato questa selvaggia marchiatura della pelle come un atto di coraggio e come fedeltà a ciò che con il tatuaggio si intende simbolizzare, che nel suo caso è un indefinito amore per la natura. A me sembra che mia figlia, e a maggior ragione gli adulti come lei, siano entrati nel regno della follia.
Con che argomenti posso cercare di guarirla?

Bologna, 12 luglio 2008

 

Risponde padre Mafro Obletter

È dura guarire un malato che, non reputandosi tale, non accetta terapie. Del resto il tatuaggio non è certo la più grave delle molte follie generate dall’inciviltà dei consumi deteriori e dell’orfanato ideale. È una manifestazione di autolesionismo e di adeguamento esibita al pari delle corse in auto e in moto, degli sport estremi, degli eccessi vestimentari, dell’egotismo elevato a liberazione dalle catene morali, dell’indifferenza alla gestione della cosa pubblica, del rintanarsi in bunker affettivi esclusivi come la famiglia.
Perché ci si tatua? Innanzitutto per baloccaggine. Gli adulti, ostracizzando il tatuaggio come empietà masochistica, lo elevano a proverbiale frutto proibito, a tentazione che stimola la trasgressione.
Poi ci si tatua per bisogno di certezze in una società che smarrisce. Ci si contenta di proclamare dedizioni omeopatiche a simboli associati alla natura virtuale dei libri di fiabe, alla libertà sessuale, alla legge del taglione, a saghe da Signore degli anelli, all’infatuazione del momento, all’icona di qualche religione faidatè, all’agognata fuga in latitudini oniriche, al cantante di moda e via elencando gl’infiniti, effimeri miti consumistici e obnubilatori, che sono fisiologici quando restano confinati nell’adolescenza, ma che diventano patologici quando ne escono.
Poi ci si tatua perché così fan tutti, nella presunzione di essere meglio accettati dal gruppo o quantomeno di non esserne esclusi. È il terrore della diversità, concepita come senso unico verso la solitudine.
Apparentemente opposto a questo bisogno di omologazione ma in realtà faccia inversa di un medesimo terrore di solitudine c’è la motivazione antitetica: mi tatuo per differenziarmi dal gruppo, per stagliarmi su una massa appiattita che pretende annullarmi nell’anonimato, che non mi bada, che mi ignora, che magari mi calpesta. Qui il tatuaggio è esibito come sfida che dissimula disperata richiesta di attenzione.
Ancora, ci si tatua per affermare, a se stessi prima che agli altri, un impegno. Ecco, mi marchio gli avambracci con la svastica per mettere inchiostro su carne il mio arruolamento nell’esercito ideale che isserà al potere i giusti, i meritevoli, i coraggiosi, i forti.
Il malinteso senso del coraggio introduce un’altra motivazione al tatuaggio: un torace tracciato dai solchi del cauterio viene spasseggiato come trofeo che prova il superamento di una prova iniziativa. Tatuarsi fa male e solo un ardito affronta e sopporta un dolore intollerabile ai deboli.
Ancora, il tatuaggio è prova di soggiorno in lande supposte riservate ai duri, come il carcere o i reparti bellici più belluini, che il potere alleva per commettergli le mansioni più laide, violente e spesso inconfessabili alla grande massa dei consumatori-cittadini.
In tutti questi casi, e nelle sottoelencazioni con cui potremmo gonfiare un dizionario, il tatuaggio marca i pezzi di umanità malriusciti. O perché tarati alla nascita o perché allevati male. Allunga i capi d’accusa che muoviamo ai pessimi educatori di gioventù.
E non è agevole dividere le colpe tra genitori direttamente (ir)responsabili di similprode, i gestori della cosa pubblica e i cattivi maestri, di scuola come di vita, la cui diserzione dai fronti della coerenza religiosa e dell’impegno civile è all’origine di tanto spreco umano.
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