Risponde padre Mafro Obletter
È dura guarire un malato che, non reputandosi tale, non accetta terapie.
Del resto il tatuaggio non è certo la più grave delle molte follie generate
dall’inciviltà dei consumi deteriori e dell’orfanato ideale. È una manifestazione
di autolesionismo e di adeguamento esibita al pari delle corse in auto
e in moto, degli sport estremi, degli eccessi vestimentari, dell’egotismo
elevato a liberazione dalle catene morali, dell’indifferenza alla gestione
della cosa pubblica, del rintanarsi in bunker affettivi esclusivi come
la famiglia.
Perché ci si tatua? Innanzitutto per baloccaggine. Gli adulti, ostracizzando
il tatuaggio come empietà masochistica, lo elevano a proverbiale frutto
proibito, a tentazione che stimola la trasgressione.
Poi ci si tatua per bisogno di certezze in una società che smarrisce.
Ci si contenta di proclamare dedizioni omeopatiche a simboli associati
alla natura virtuale dei libri di fiabe, alla libertà sessuale, alla
legge del taglione, a saghe da Signore degli anelli, all’infatuazione
del momento, all’icona di qualche religione faidatè, all’agognata
fuga in latitudini oniriche, al cantante di moda e via elencando gl’infiniti,
effimeri miti consumistici e obnubilatori, che sono fisiologici quando
restano confinati nell’adolescenza, ma che diventano patologici quando
ne escono.
Poi ci si tatua perché così fan tutti, nella presunzione di essere meglio
accettati dal gruppo o quantomeno di non esserne esclusi. È il terrore
della diversità, concepita come senso unico verso la solitudine.
Apparentemente opposto a questo bisogno di omologazione ma in realtà
faccia inversa di un medesimo terrore di solitudine c’è la motivazione
antitetica: mi tatuo per differenziarmi dal gruppo, per stagliarmi su
una massa appiattita che pretende annullarmi nell’anonimato, che non
mi bada, che mi ignora, che magari mi calpesta. Qui il tatuaggio è esibito
come sfida che dissimula disperata richiesta di attenzione.
Ancora, ci si tatua per affermare, a se stessi prima che agli altri,
un impegno. Ecco, mi marchio gli avambracci con la svastica per mettere
inchiostro su carne il mio arruolamento nell’esercito ideale che isserà
al potere i giusti, i meritevoli, i coraggiosi, i forti.
Il malinteso senso del coraggio introduce un’altra motivazione al tatuaggio:
un torace tracciato dai solchi del cauterio viene spasseggiato come
trofeo che prova il superamento di una prova iniziativa. Tatuarsi fa
male e solo un ardito affronta e sopporta un dolore intollerabile ai
deboli.
Ancora, il tatuaggio è prova di soggiorno in lande supposte riservate
ai duri, come il carcere o i reparti bellici più belluini, che il potere
alleva per commettergli le mansioni più laide, violente e spesso inconfessabili
alla grande massa dei consumatori-cittadini.
In tutti questi casi, e nelle sottoelencazioni con cui potremmo gonfiare
un dizionario, il tatuaggio marca i pezzi di umanità malriusciti. O
perché tarati alla nascita o perché allevati male. Allunga i capi d’accusa
che muoviamo ai pessimi educatori di gioventù.
E non è agevole dividere le colpe tra genitori direttamente (ir)responsabili
di similprode, i gestori della cosa pubblica e i cattivi maestri, di
scuola come di vita, la cui diserzione dai fronti della coerenza religiosa
e dell’impegno civile è all’origine di tanto spreco umano.
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