Smaltiamo subito un equivoco:
le compagne di spesa sono ben diverse dalle compagne di strada,
intese come amiche autentiche o sodali nell’impegno civile. Ritrovarsi
in coda dal fornaio a scambiarsi banalità e similari convenevoli casuali
quanto formali non ha niente a che spartire con la socializzazione perseguita
e coltivata al fine di conoscersi a fondo, scegliersi, crescere in conversazioni
autentiche e in confronto di opinioni, allearsi per contribuire a plasmare
la società in omaggio a valori condivisi e ad aspirazioni comuni. Insomma
non c’è alcuna differenza etica tra il fare la spesa a due passi da
casa, in compagnia di cinque persone, e andare a farla a qualche chilometro,
in un capannone affollato a migliaia. Le differenze sono puramente economiche
e abitudinarie: al supermercato hai più scelta e spendi meno (se compri
le stesse cose che acquisteresti al negozietto vicino casa) o di più,
se cedi all’acquisto d’impulso.
E con questo il centro commerciale ha esaurito la propria funzione:
concentrare la distribuzione, per lusingare i consumatori offrendo maggiori
possibilità di scelta, illusioni di risparmio e opzioni ludiche collaterali,
per poi stangarli inducendoli a riempire di cose superflue un carrello
che già è diventato un carrellone e che presto si enfierà a carromerci,
quando il grosso degli acquisti non lo metteremo nel carrello ma ci
sarà consegnato a casa.
Dico che il risparmio vantato dal centro commerciale è un’illusione
non soltanto perché vi si è indotti a comprare in eccesso, ma perché
la grande distribuzione, operando in regime di monopsonio (cioè
di monopolio degli acquisti), impone ai produttori (agricoltori, allevatori,
artigiani, industrie) di sfornare merci a tutto vantaggio del centro
commerciale, a sempre minore margine del produttore e a crescente scapito
del consumatore. Significa, per esempio, che all’ipermercato trovi polli
sempre meno sani (o addirittura malsani, come sono quelli americani,
che vengono immersi nel cloro prima del confezionamento e di cui l’Unione
Europea ha appena autorizzato l’importazione) e sempre più costosi.
Di questo processo d’imbarbarimento distributivo, sempre più pesante
per il nostro portafogli e per la nostra salute, lei, signora Roberta,
ha colto soltanto il cambiamento di abitudini da parte del consumatore.
Chi è uso al piccolo acquisto nella bottega di paese o di quartiere
s’adatta malamente a concentrare la spesa all’ipermercato. Chi non ha
amicizie né frequentazioni autentiche né occasioni di partecipazione
alla vita comunitaria (dalla messa al consiglio comunale, dalla riunione
di quartiere alla conferenza in biblioteca) è costretto a mendicare
lapidari pingpong pseudoconversativi dal bottegaio o interessati ascolti
da parte del barista: comprensibile che soffra la concentrazione commerciale.
Soprattutto in Francia, dove la grande distribuzione si accaparra circa
l’80% della spesa delle famiglie, mentre in Italia è a metà e metà con
i negozi. Che però continuano a essere troppi: 864 mila, a fine marzo
scorso; che, con i 192 mila ambulanti, fanno un totale di oltre un milione
di bottegai. Vuol dire che, ogni 60 italiani, compresi neonati e vegliardi,
ce n’è uno che campa sulla spesa degli altri 59. Quanto a bar e ristoranti,
hanno una media di 300 italiani a testa. Se non legnassero di brutto
i clienti non camperebbero.
Postillo, per dare ai commercianti d’ogni risma, giganti o nani che
siano, tutto quel che demeritano, lo stigma di San Giovanni Crisostomo,
detto Bocca d’Oro, ai mercanti di Antiochia: «Tu vendi il prodotto di
un furto, se non sei tu stesso un ladro». Eccessi da sant’uomo consapevole
di render conto soltanto al dio dei Cieli. Noi, che dobbiamo render
conto anche al dio dei Codici, ci guardiamo bene dall’insinuare che
bottegaio sia sinonimo di ladro, anche se trasferire una merce nel tempo
e nello spazio è mansione risibile rispetto al produrla e dunque non
giustifica gli esosi ricarichi che immiseriscono stipendi e pensioni.
Però non rincariamo la dose: se l’italiano medio e il francese medio
non socializzano, non solidarizzano e associano vivere a spendere
non è mica colpa del supermercato superinvadente, no?
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