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9 luglio 2008  
LETTERE

DISTRIBUZIONE COMMERCIALE E SMARRIMENTO ESISTENZIALE

Che deserti i piccoli paesi! Neanche un bottegaio per chiacchierar

di Roberta Lini
Parma

 

 

 

 

Sono stata in vacanza quindici giorni in Francia, ospite di un’amica d’infanzia che abita in un paese di cinquemila abitanti nei dintorni di Grenoble.
Non sono certo una che fa vita notturna né che trascorre il tempo libero a fare shopping, anche perché ho un figlio di 11 anni, non lavoro, mio marito è un modesto impiegato e non posso permettermi di scialare per divertirmi. Però mi ha fatto una certa impressione ritrovarmi in un paese praticamente senza negozi e con un paio di bar che la sera alle otto hanno già chiuso.
Mi hanno spiegato che la colpa è della grande distribuzione, che ha fagocitato i piccoli negozi e ucciso anche i bar e ogni altro locale di ritrovo, visto che tutti si ritrovano soltanto al centro commerciale. Che funziona come un colossale aspiratore di gente: ci fai la spesa, ci prendi l’aperitivo, ci giochi, ci vai in palestra, ci vai in piscina, ci vai al cinema. Ne esci anche a mezzanotte e oltre e rientri al paese solo per dormire.
Ho il terrore che questo stile di consumo e di divertimento si affermi anche in Italia, dove la tendenza è peraltro già palese negli hinterland delle grandi città. Abito in provincia di Parma, in un paese di circa duemila abitanti, dove le uniche occasioni di socializzazione sono il fruttivendolo, il fornaio, l’edicola e il bar. Se si chiudono i piccoli negozi i paesi diventano peggio che dormitori: specie di carceri, ogni famigliola nella sua celletta, isolata da ogni altra, tutte anticamere del cimitero.
Come sperare di edificare una società solidale sull’isolamento?

Parma, 9 luglio 2008

 

Smaltiamo subito un equivoco: le compagne di spesa sono ben diverse dalle compagne di strada, intese come amiche autentiche o sodali nell’impegno civile. Ritrovarsi in coda dal fornaio a scambiarsi banalità e similari convenevoli casuali quanto formali non ha niente a che spartire con la socializzazione perseguita e coltivata al fine di conoscersi a fondo, scegliersi, crescere in conversazioni autentiche e in confronto di opinioni, allearsi per contribuire a plasmare la società in omaggio a valori condivisi e ad aspirazioni comuni. Insomma non c’è alcuna differenza etica tra il fare la spesa a due passi da casa, in compagnia di cinque persone, e andare a farla a qualche chilometro, in un capannone affollato a migliaia. Le differenze sono puramente economiche e abitudinarie: al supermercato hai più scelta e spendi meno (se compri le stesse cose che acquisteresti al negozietto vicino casa) o di più, se cedi all’acquisto d’impulso.
E con questo il centro commerciale ha esaurito la propria funzione: concentrare la distribuzione, per lusingare i consumatori offrendo maggiori possibilità di scelta, illusioni di risparmio e opzioni ludiche collaterali, per poi stangarli inducendoli a riempire di cose superflue un carrello che già è diventato un carrellone e che presto si enfierà a carromerci, quando il grosso degli acquisti non lo metteremo nel carrello ma ci sarà consegnato a casa.
Dico che il risparmio vantato dal centro commerciale è un’illusione non soltanto perché vi si è indotti a comprare in eccesso, ma perché la grande distribuzione, operando in regime di monopsonio (cioè di monopolio degli acquisti), impone ai produttori (agricoltori, allevatori, artigiani, industrie) di sfornare merci a tutto vantaggio del centro commerciale, a sempre minore margine del produttore e a crescente scapito del consumatore. Significa, per esempio, che all’ipermercato trovi polli sempre meno sani (o addirittura malsani, come sono quelli americani, che vengono immersi nel cloro prima del confezionamento e di cui l’Unione Europea ha appena autorizzato l’importazione) e sempre più costosi.
Di questo processo d’imbarbarimento distributivo, sempre più pesante per il nostro portafogli e per la nostra salute, lei, signora Roberta, ha colto soltanto il cambiamento di abitudini da parte del consumatore. Chi è uso al piccolo acquisto nella bottega di paese o di quartiere s’adatta malamente a concentrare la spesa all’ipermercato. Chi non ha amicizie né frequentazioni autentiche né occasioni di partecipazione alla vita comunitaria (dalla messa al consiglio comunale, dalla riunione di quartiere alla conferenza in biblioteca) è costretto a mendicare lapidari pingpong pseudoconversativi dal bottegaio o interessati ascolti da parte del barista: comprensibile che soffra la concentrazione commerciale. Soprattutto in Francia, dove la grande distribuzione si accaparra circa l’80% della spesa delle famiglie, mentre in Italia è a metà e metà con i negozi. Che però continuano a essere troppi: 864 mila, a fine marzo scorso; che, con i 192 mila ambulanti, fanno un totale di oltre un milione di bottegai. Vuol dire che, ogni 60 italiani, compresi neonati e vegliardi, ce n’è uno che campa sulla spesa degli altri 59. Quanto a bar e ristoranti, hanno una media di 300 italiani a testa. Se non legnassero di brutto i clienti non camperebbero.
Postillo, per dare ai commercianti d’ogni risma, giganti o nani che siano, tutto quel che demeritano, lo stigma di San Giovanni Crisostomo, detto Bocca d’Oro, ai mercanti di Antiochia: «Tu vendi il prodotto di un furto, se non sei tu stesso un ladro». Eccessi da sant’uomo consapevole di render conto soltanto al dio dei Cieli. Noi, che dobbiamo render conto anche al dio dei Codici, ci guardiamo bene dall’insinuare che bottegaio sia sinonimo di ladro, anche se trasferire una merce nel tempo e nello spazio è mansione risibile rispetto al produrla e dunque non giustifica gli esosi ricarichi che immiseriscono stipendi e pensioni.
Però non rincariamo la dose: se l’italiano medio e il francese medio non socializzano, non solidarizzano e associano vivere a spendere non è mica colpa del supermercato superinvadente, no?

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