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LETTERE
sabato 19 luglio 2008
 

DECADENZA DELL’OCCIDENTE

Preferisco vivere all’ospizio che in casa di una figlia frivola e senza cuore

di Paola Dellestelle

Registrazione effettuata giovedì 16 luglio in una casa di riposo in provincia di Pavia e adattata dalla redazione. Su nostro consiglio e allo scopo di evitare noie legali con alcuni dei personaggi citati, l’intervistata ha convenuto di firmare con uno pseudonimo.

 

 

 

 

Ho 86 anni e sino a un anno e mezzo fa ero autosufficiente in tutto e per tutto. Vivevo dal 1970 in un appartamento popolare affacciato sul Naviglio Pavese, a Milano, dove un tempo c’era grande solidarietà tra vicini di pianerottolo, di scala e anche di caseggiato. Poi le generazioni sono cambiate e alle famiglie aperte ai bisogni dei vicini si sono sostituite famiglie chiuse come un pugno, dove i genitori insegnano ai figli a non dare confidenza agli inquilini, se no «prima o poi ti chiedono un favore o quantomeno ti attaccano bottone, facendoti perdere tempo». Un tempo che viene proclamato sempre più esiguo e prezioso ma che viene dissipato in dosi massive dinanzi alla tivù, alla spasmodica ricerca di un diversivo alla noia.
A causa di questo disseccarsi dei rapporti sociali, che ha trasformato gli appartamenti del condominio in fortini colmi di balocchi e aridi di umanità, non posso fare affidamento su nessuno neppure per quei piccoli favori che ogni giovane e sano dovrebbe sentirsi in dovere di fare a ogni vecchio e malato. L’artrosi mi blocca e si associa ad altri acciacchi. A fatica mi muovo in casa con un deambulatore, quella specie di bastone a quattro zampe cui ci si appoggia come a uno sgabello; provvido, ma non mi consente di uscire da sola. Non ne avrei bisogno, se potessi chiedere, a rotazione tra centinaia di vicini giovani e sani e con tanto tempo libero, di fare un salto in farmacia o dal fornaio o di ritirarmi la posta giù in portineria o piacerini simili. Ma, soffocata da questo alveare di indifferenza, ho dovuto accettare l’offerta di mia figlia di trasferirmi da lei.
Mi mette a disposizione una stanza e mi esorta di continuo a vendere il mio appartamento sui Navigli, in modo da consentirle di comprarsi una casetta al mare. Lo dico tanto per chiarire che sono vecchia e mezza invalida ma non scema: capisco benissimo che neppure la benevolenza di mia figlia è disinteressata.
La prima domenica le chiedo di accompagnarmi in chiesa. Mi risponde che è distante e che nelle mie condizioni andarci e tornarci sarebbe una sofferenza, «perché non possiamo mica andare dappertutto in auto, mamma». In compenso mi accompagna in auto a vedere il campo dove sorgerà la chiesa del nostro quartiere!
[foto a sinistra del titolo, nella pagina di accoglienza, ndr]
Nel mio appartamento sui Navigli non avevo la televisione. Ho sempre preferito leggere. Qui da mia figlia, invece, ce n’è una in ogni stanza e sono sempre tutte accese. Sui Navigli ricevevo spesso le amiche, con le quali facevamo conversazioni piacevoli e lunghissime, sui libri che ci scambiavamo, sulle notizie dei giornali, sulle disavventure di questo e di quello, sulle iniziative della parrocchia. Qui da mia figlia non si fa mai conversazione, ci si scambiano frasi brevi, sempre di corsa e le rare volte che s’imbastisce un discorso è per replicare, con poche varianti, quel che trasmette la tivù.
Mia nipote, che ha 19 anni, non sa niente di letteratura, ignora gli accadimenti importanti, ma è informatissima sui pettegolezzi dei personaggi della fuffa televisiva.
Una volta accenno a mia figlia che mi piacerebbe invitare un’amica a prendere il tè, giusto per mantenere le buone frequentazioni, ma mi guarda storto. Un altro giorno le chiedo di comprarmi il quotidiano, che in questa casa non arriva, e lei mi dice: «Se proprio devi, mamma… Ma non ti bastano i telegiornali?». Stavolta insisto e adesso il Corriere arriva tutti i giorni. Ma sono l’unica a leggerlo. Gli altri neppure lo sfogliano.
Le cene sono una pena. Loro tre hanno gli occhi e il cervello incagliati sulla tivù. Su canali uno più idiota dell’altro. Ridono alle scemenze televisive e gli unici argomenti di dialogo, se si può chiamare dialogo un cacofonico tambureggiamento di affermazioni le une sganciate dalle altre, sono quelli suggeriti dalla tivù. È come se le loro tre teste fossero vuote di scienza, di conoscenza e di coscienza e aspettassero la sera per sentirsi dire dalla tivù di cosa parlare e in che termini. Commentano i personaggi delle telenovela e si sganasciano dinanzi agli scherzi atroci che i goliardi di candid camera (o di trasmissioni del genere) fanno ai danni dei poveracci di turno. Se capitano su un telegiornale, è sempre di tipo scandalistico e ne apprezzano esclusivamente le notizie di sangue e di sesso: la mamma che ammazza il figlio, la figlia che ammazza la mamma, la donna del tale che fugge col marito della tal’altra...
A volte mi sento in dovere di dire la mia, sforzandomi di elevare il livello conversativo. Mi guardano con un misto di sorpresa, irritazione e incomprensione. Poi tornano a bofonchiare qualcosa su una pubblicità che li diverte da morire.
In casa di mia figlia, come detto, non entra mai un quotidiano che non sia il mio Corriere. Quanto ai periodici, mia nipote legge ancora quelli per le adolescenti, mia figlia compra un mensile-catalogo di moda e mio genero un settimanale di auto, un mensile pure di auto e un mensile per farsi i pettorali e avere successo a letto con le donne. Di quest’ultimo in soggiorno ne ha una pila. Ho esaminato le copertine e ho scoperto che, ogni mese, questo giornale mostra sempre un uomo a dorso nudo e annuncia sempre il medesimo, sensazionale viatico: come rassodarsi i muscoli e fare perfettamente all’amore. Mio genero deve leggerlo con scarso profitto visto che ha una pancia a palloncino e la sera lo sorprendo, non vista, in soggiorno a notte fonda mentre si guarda filmetti porno: se fosse amante funzionante e appagato non avrebbe bisogno di stimoli o di surrogati.
Una sera, a tavola, dico che mi mancano le attività di solidarietà organizzate dalla mia vecchia parrocchia sui Navigli, dove collaboravo a selezionare abiti e cose usate per gl’immigrati e i poveri. Mi ignorano.
Mio genero fa il direttore di un supermercato e mia figlia insegna lettere alle medie. Mi chiedo con quali esiti, persone tanto ignoranti, superficiali e senza cuore possano rispettivamente gestire dei subordinati ed educare scolari.

Ho venduto l’appartamento sui Navigli per 210 mila euro. Mi sono trasferita in una casa di riposo verso Pavia, dove pago una retta di 2.250 euro: 1.750 li prelevo dai 210 mila della casa e 500 dalla mia pensione. Mi resta quanto basta a levarmi qualche sfizio e fare anche un po’ di bene, dove il bene implica denaro. Per dieci anni non avrò problemi, ma, per come sono messa, non credo camperò tanto. Se resteranno soldi, andranno ai poveri della parrocchia.
Mia figlia, mio genero e mia nipote se la sono presa a morte. Benché sia in questa casa di riposo da due mesi, ancora non li ho visti. Né credo verranno mai, visto che non hanno niente da ereditare: è triste, ma, per tutto il tempo in cui sono rimasta da loro, ho constatato che, quando non blateravano frivolezze, parlavano soltanto di soldi, di tornaconto, di interesse.
Però questi sciagurati sono pur sempre mia figlia, mia nipote e mio genero: mi spiace che siano così.
Mi sono fatta una cara amica, Carla, con cui vado molto d’accordo. A volte vengono a trovarmi anche le amiche della parrocchia, quando qualche loro figlio con l’auto le accompagna, perché qui sto verso la campagna, non ci arrivano i mezzi.
Viene a trovarmi anche don Fausto, un giorno che torna da un pellegrinaggio a Caravaggio, così riabbraccio tanti della parrocchia. Quando se ne vanno e il soggiorno della Casa si spegne del loro vociare cedo a una tristezza infinita.
Suor Giacinta, al secolo Manuela Estravos, religiosa laica proveniente dal Senegal e discreto ma occhiuto pilastro della nostra comunità, mi chiede:
– Sua figlia non è venuta a trovarla, signora Paola?
– No, lei no.
Carla mi carezza lieve il dorso della mano.

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