Ho
86 anni e sino a un anno e mezzo fa ero autosufficiente in tutto
e per tutto. Vivevo dal 1970 in un appartamento popolare affacciato
sul Naviglio Pavese, a Milano, dove un tempo cera grande solidarietà
tra vicini di pianerottolo, di scala e anche di caseggiato. Poi
le generazioni sono cambiate e alle famiglie aperte ai bisogni dei
vicini si sono sostituite famiglie chiuse come un pugno, dove i
genitori insegnano ai figli a non dare confidenza agli inquilini,
se no «prima o poi ti chiedono un favore o quantomeno ti attaccano
bottone, facendoti perdere tempo». Un tempo che viene proclamato
sempre più esiguo e prezioso ma che viene dissipato in dosi massive
dinanzi alla tivù, alla spasmodica ricerca di un diversivo alla
noia.
A causa di questo disseccarsi dei rapporti sociali, che ha trasformato
gli appartamenti del condominio in fortini colmi di balocchi e aridi
di umanità, non posso fare affidamento su nessuno neppure per quei
piccoli favori che ogni giovane e sano dovrebbe sentirsi in dovere
di fare a ogni vecchio e malato. Lartrosi mi blocca e si associa
ad altri acciacchi. A fatica mi muovo in casa con un deambulatore,
quella specie di bastone a quattro zampe cui ci si appoggia come
a uno sgabello; provvido, ma non mi consente di uscire da sola.
Non ne avrei bisogno, se potessi chiedere, a rotazione tra centinaia
di vicini giovani e sani e con tanto tempo libero, di fare un salto
in farmacia o dal fornaio o di ritirarmi la posta giù in portineria
o piacerini simili. Ma, soffocata da questo alveare di indifferenza,
ho dovuto accettare lofferta di mia figlia di trasferirmi
da lei.
Mi mette a disposizione una stanza e mi esorta di continuo a vendere
il mio appartamento sui Navigli, in modo da consentirle di comprarsi
una casetta al mare. Lo dico tanto per chiarire che sono vecchia
e mezza invalida ma non scema: capisco benissimo che neppure la
benevolenza di mia figlia è disinteressata.
La prima domenica le chiedo di accompagnarmi in chiesa. Mi risponde
che è distante e che nelle mie condizioni andarci e tornarci sarebbe
una sofferenza, «perché non possiamo mica andare dappertutto
in auto, mamma». In compenso mi accompagna in auto a vedere
il campo dove sorgerà la chiesa del nostro quartiere!
[foto a sinistra del titolo, nella pagina di accoglienza, ndr]
Nel mio appartamento sui Navigli non avevo la televisione. Ho sempre
preferito leggere. Qui da mia figlia, invece, ce nè
una in ogni stanza e sono sempre tutte accese. Sui Navigli ricevevo
spesso le amiche, con le quali facevamo conversazioni piacevoli
e lunghissime, sui libri che ci scambiavamo, sulle notizie dei giornali,
sulle disavventure di questo e di quello, sulle iniziative della
parrocchia. Qui da mia figlia non si fa mai conversazione, ci si
scambiano frasi brevi, sempre di corsa e le rare volte che simbastisce
un discorso è per replicare, con poche varianti, quel che trasmette
la tivù.
Mia nipote, che ha 19 anni, non sa niente di letteratura, ignora
gli accadimenti importanti, ma è informatissima sui pettegolezzi
dei personaggi della fuffa televisiva.
Una volta accenno a mia figlia che mi piacerebbe invitare unamica
a prendere il tè, giusto per mantenere le buone frequentazioni,
ma mi guarda storto. Un altro giorno le chiedo di comprarmi il quotidiano,
che in questa casa non arriva, e lei mi dice: «Se proprio
devi, mamma… Ma non ti bastano i telegiornali?». Stavolta
insisto e adesso il Corriere arriva tutti i giorni. Ma sono
lunica a leggerlo. Gli altri neppure lo sfogliano.
Le cene sono una pena. Loro tre hanno gli occhi e il cervello incagliati
sulla tivù. Su canali uno più idiota dellaltro. Ridono alle
scemenze televisive e gli unici argomenti di dialogo, se si può
chiamare dialogo un cacofonico tambureggiamento di affermazioni
le une sganciate dalle altre, sono quelli suggeriti dalla tivù.
È come se le loro tre teste fossero vuote di scienza, di conoscenza
e di coscienza e aspettassero la sera per sentirsi dire dalla tivù
di cosa parlare e in che termini. Commentano i personaggi delle
telenovela e si sganasciano dinanzi agli scherzi atroci che i goliardi
di candid camera (o di trasmissioni del genere) fanno ai
danni dei poveracci di turno. Se capitano su un telegiornale, è
sempre di tipo scandalistico e ne apprezzano esclusivamente le notizie
di sangue e di sesso: la mamma che ammazza il figlio, la figlia
che ammazza la mamma, la donna del tale che fugge col marito della
talaltra...
A volte mi sento in dovere di dire la mia, sforzandomi di elevare
il livello conversativo. Mi guardano con un misto di sorpresa, irritazione
e incomprensione. Poi tornano a bofonchiare qualcosa su una pubblicità
che li diverte da morire.
In casa di mia figlia, come detto, non entra mai un quotidiano che
non sia il mio Corriere. Quanto ai periodici, mia nipote
legge ancora quelli per le adolescenti, mia figlia compra un mensile-catalogo
di moda e mio genero un settimanale di auto, un mensile pure di
auto e un mensile per farsi i pettorali e avere successo a letto
con le donne. Di questultimo in soggiorno ne ha una pila.
Ho esaminato le copertine e ho scoperto che, ogni mese, questo giornale
mostra sempre un uomo a dorso nudo e annuncia sempre il medesimo,
sensazionale viatico: come rassodarsi i muscoli e fare perfettamente
allamore. Mio genero deve leggerlo con scarso profitto visto
che ha una pancia a palloncino e la sera lo sorprendo, non vista,
in soggiorno a notte fonda mentre si guarda filmetti porno: se fosse
amante funzionante e appagato non avrebbe bisogno di stimoli o di
surrogati.
Una sera, a tavola, dico che mi mancano le attività di solidarietà
organizzate dalla mia vecchia parrocchia sui Navigli, dove collaboravo
a selezionare abiti e cose usate per glimmigrati e i poveri.
Mi ignorano.
Mio genero fa il direttore di un supermercato e mia figlia insegna
lettere alle medie. Mi chiedo con quali esiti, persone tanto ignoranti,
superficiali e senza cuore possano rispettivamente gestire dei subordinati
ed educare scolari.
Ho venduto lappartamento sui Navigli
per 210 mila euro. Mi sono trasferita in una casa di riposo verso
Pavia, dove pago una retta di 2.250 euro: 1.750 li prelevo dai 210
mila della casa e 500 dalla mia pensione. Mi resta quanto basta
a levarmi qualche sfizio e fare anche un po di bene, dove
il bene implica denaro. Per dieci anni non avrò problemi, ma, per
come sono messa, non credo camperò tanto. Se resteranno soldi, andranno
ai poveri della parrocchia.
Mia figlia, mio genero e mia nipote se la sono presa a morte. Benché
sia in questa casa di riposo da due mesi, ancora non li ho visti.
Né credo verranno mai, visto che non hanno niente da ereditare:
è triste, ma, per tutto il tempo in cui sono rimasta da loro, ho
constatato che, quando non blateravano frivolezze, parlavano soltanto
di soldi, di tornaconto, di interesse.
Però questi sciagurati sono pur sempre mia figlia, mia nipote e
mio genero: mi spiace che siano così.
Mi sono fatta una cara amica, Carla, con cui vado molto daccordo.
A volte vengono a trovarmi anche le amiche della parrocchia, quando
qualche loro figlio con lauto le accompagna, perché qui sto
verso la campagna, non ci arrivano i mezzi.
Viene a trovarmi anche don Fausto, un giorno che torna da un pellegrinaggio
a Caravaggio, così riabbraccio tanti della parrocchia. Quando se
ne vanno e il soggiorno della Casa si spegne del loro vociare cedo
a una tristezza infinita.
Suor Giacinta, al secolo Manuela Estravos, religiosa laica proveniente
dal Senegal e discreto ma occhiuto pilastro della nostra comunità,
mi chiede:
Sua figlia non è venuta a trovarla, signora Paola?
No, lei no.
Carla mi carezza lieve il dorso della mano.