www.giancarloscotuzzi.org

Spazio di informazione politica e cultura diretto da Gian Carlo Enrico Scotuzzi Mosca detto Scot - Non contiene pubblicità, tantomeno indiretta - Senza fine di lucro

LETTERE
mercoledì 23 luglio 2008
 

CRISI DEI CONSUMI E MODE DELLO SPRECO

Fare la cameriera sui Navigli

«Un tempo erano meta affollata di gioventù piena di soldi, adesso sono un deserto con rari sfigati.»

di Donatella Samperi (Milano)
Risposta di padre Mafro Obletter

 

 

 

 

Ho 25 anni e da sei trascorro i quattro mesi estivi a fare la cameriera nei bar lungo i Navigli, a Milano, per mantenermi agli studi. Sin dal primo anno non ho faticato a trovare un posto perché sono molto carina e mi sono presentata con la minigonna. Le mie amiche che già facevano questo lavoro mi avevano avvertita: la presenza è tutto. Sono quasi sempre i maschi che scelgono il locale, anche quando sono con la ragazza, e un paio di belle gambe o una schiena nuda o una vita bassissima li fanno decidere molto più del menù o della gradevolezza del locale.
Si comincia a lavorare alle sette e mezza di sera, o anche prima, se c’è da dare una mano a montare il gazebo o il tendone o a portar fuori tavolini e sedie. Poi non si tira il fiato sino all’una, l’una e mezza. Mettici un’altra oretta di lavoro per sistemare tutto. Così sei giorni su sette, ma conosco ragazze e ragazzi che sono costretti a saltare il riposo se no il padrone li rimpiazza.
Il guadagno dipende dal padrone, se ha coscienza o se è un bastardo o se è scemo. Ce ne sono alcuni che selezionano cameriere e camerieri deboli, o che faticano a trovare un posto perché sono brutti e poco intraprendenti. E gli impongono turni e ritmi da negri in cambio di una miseria, senza neppure riconoscergli una percentuale sulle ordinazioni, sicché questi camerieri non sono stimolati a indurre il cliente a consumare, sono sempre ingrugniti e se il padrone si assenta o non vede loro battono la fiacca. Un padrone scemo, appunto, oltre che negriero.
Se invece il gestore del locale è sveglio, innanzitutto si procura cameriere e camerieri belli, solari, che piacciono ai clienti. E gli riconosce un tot sul valore delle ordinazioni, sicché questi camerieri hanno interesse non soltanto a spingere il cliente a consumare, ma a ordinare le consumazioni più costose.
Il secondo anno mi sono fatta più sveglia e ho messo a frutto l’esperienza maturata nel primo: ho dato un valore adeguato anche alla mia presenza, intesa come calamita che attira i maschi. Non do confidenza a nessuno e a nessuno consento di prendersela, però mi vesto un po’ provocante, anche se ovviamente mai volgare. Ho spuntato un buon salario impegnandomi a fare tappo, come diciamo in gergo, cioè a garantire tot consumazioni per fasce orarie. Quando i Navigli sono affollati e i clienti faticano a trovare un tavolino, non hai bisogno di sedurli: si siedono e ordinano da soli. La tua bravura si vede quando ci sono molti tavolini vuoti in tutti i locali e allora sta a te fare in modo che i potenziali clienti in transito occupino proprio i tavolini che servi tu, oppure sta nell’adocchiare al volo la compagnia di spendaccioni, poi individuare il capocomitiva, la personalità forte che guida il gruppo, insomma, e nel farsi notare, illuderlo un filino che gli hai messo gli occhi addosso.
Quest’anno la stagione si è annunciata grama ancora prima di cominciare. A maggio, quando sono andata a parlare coi gestori per cercare di procurarmi l’ingaggio migliore, ho visto facce scure. Tutti proponevano compensi inferiori a quelli dell’anno scorso. Colpa della crisi, dicevano, che già si era palesata in un calo di consumi nei mesi invernali e primaverili.
Previsioni pessimistiche confermate a giugno e anche in questo luglio inoltrato. Il viavai pedonale estivo lungo i Navigli, su cui fanno conto i locali per ingrassare, si è decimato. E i pochi clienti sembra abbiano i soldini contati. Ordinazioni di basso prezzo e rari i bis. Locali che negli anni scorsi facevano il tuttoesaurito adesso sono quasi deserti, con un paio di tavolini occupati su venti. Se dovessimo giudicare la crisi dell’economia italiana dalle bevute e dalle mangiate nei locali dei Navigli diremmo che siamo alla frutta, anzi, sul Naviglio Pavese, che è il più sfigato dei due, per molti gestori è digiuno completo.
Ho fatto anche quest’altra osservazione: la clientela, oltre che sfoltita, è cambiata. Quasi scomparsi gli straricchi, quelli che arrivavano al comando di una compagnia di dieci o quindici persone e ogni tanto urlavano Da bere per tutti sul mio conto, mentre i ricchi, quelli che non pagavano da bere a nessuno ma consumavano tantissimo per conto loro e davano buone mance, si sono ridotti al lumicino. È diventata predominante una clientela che un tempo era marginale: quella degli sfigati, che scelgono dal menù in base al prezzo e si lasciano scappare accidenti! di meraviglia dinanzi a beveroni che costano come due buonipasto in mensa. Questa clientela di peones, come la chiamiamo noi del giro (mentre caballeros sono quelli dal portafoglio generoso), che negli anni scorsi quasi ci infastidiva perché faceva rendere poco il tavolo e che il padrone ci esortava a tenere alla larga, adesso è diventata preziosa. Senza i peones molti gestori chiuderebbero bottega.
Qualcuno ha chiuso sul serio. Molti altri hanno ribassato i prezzi, in alcuni casi dimezzandoli. Senza gran sacrificio, devo dire, visti i livelli folli cui svettavano certi menù. Altri ancora hanno ridotto il personale. Inutile tenere quattro cameriere con le mani in mano, mentre una basta e avanza per servire la coppia di poveracci che ti sta lì oltre un’ora con un’acqua tonica e un caffè.
Io reggo perché mostro le gambe o esibisco scolli audaci. Idem il mio collega che sembra il sosia di Viggo. Ma ai malfatti e alle racchie la crisi presenta un conto salato.


Risponde padre Mafro Obletter

Uno dei tratti salienti di quella che viene definita, dalla manualistica occidentale, società dei consumi ma che in realtà è un’inciviltà dello spreco, dunque un’organizzazione sociale regressiva, è la difficoltà di realizzare aggregazioni relazionali al di fuori dei paradigmi della spendita. Ci si ritrova per fare shopping, per prendere l’aperitivo, per cenare, per uscire dopo cena a bere qualcosa, per andare per locali, ovviamente a bere e a mangiare. Anche quando il bere e il mangiare o altra forma di consumo non sono obiettivo primario o dichiarato dell’aggregazione, ne sono trave portante e pretesto senza cui il fittizio grumo sociale si sfalderebbe.
Tanto spendere per lo spendere, avulso dal trittico etico che sta a monte – cosa, come, per chi produrre – è l’ennesima cartina al tornasole della decadenza della società dei consumi che sta a valle e che, in un contesto che grottescamente antropomorfizza le bestie, imbestialisce gli umani.
Di questa colossale fabbrica dello spreco, che inonda con i suoi chiassosi, rutilanti e dispendiosi macchinari succhiasoldi ogni spazio pubblico, lei, Donatella, è ingranaggio essenziale. I suoi riferimenti vestimentari e i suoi ammiccamenti equivoci mi tentano una similitudine laida: i bordelli girano non soltanto perché ci sono una domanda e un’offerta di sesso, ma anche perché ci sono mediatori che propiziano l’incontro tra l’una e l’altra. Così il lucrare sulla vendita di non-senso e camuffare gli smarrimenti esistenziali consumandolo, implica qualcuno che produca e distribuisca questo non-senso.
Lei può invocare, a giustificazione delle sue mansioni di intermediaria dello spreco,  lo stato di bisogno ed è giusto concederle l’attenuante che merita, ma amareggia constatare come lei, di questa fiera dello sperpero, non colga, neppure per cenni inconsapevoli, alcuna valenza sociale, alcuna contraddizione, ma si limita a registrare, come un pallottoliere di cassa, che sui Navigli quest’anno transitano pochi clienti e questi clienti spendono poco. Con un sotteso rimpianto che le cose andavano meglio quando c’erano più spendaccioni, o quantomeno ce n’erano di più sui Navigli.
A 25 anni, nel fiore della stagione supposta più libertaria e nel cuore di una crisi che nega il necessario per ridondare superfluo, lei vede la pagliuzza ma non la trave. E vede male persino la pagliuzza: gli adoratori praticanti del dio Spreco non sono diminuiti, come sembra a lei, modesta osservatrice dal modesto osservatorio di un’inquinatissima strada di Milano che fu alzaia percorsa da peones autentici. I ricchi e i superricchi si accaparrano fetta crescente della torta statistica, a scapito del ceto medio benestante e in concorrenza con i moderni servi della zolla, compresi i suoi colleghi che lavorano per bisogno e rimarranno senza salario. I riti processionari dello svacco spendaccione e godereccio seguono percorsi cangianti: oggi tutti qui, a calpestare l’ex alzaia dei Navigli concimandovi nuovi locali, sogni di avidità e prezzi; domani tutti là, a calpestare un nuovo tratturo consumistico che uccide molte ambizioni mercantili sui Navigli per dar vita a business speculari e parimenti caduchi lungo la nuova transumanza.
Le mode cambiano di segno, di stile e di percorso. Le vittime della moda restano. Orfane, ahilei, persino della comprensione del fenomeno che pure hanno contribuito ad alimentare. Non capisco ma mi adeguo, ergo sum.
©

scrivici  
E  T      S  I      O  M  N  E  S      E  G  O      N  O  N