Pochi anni fa quattro ragazzi di una Valle dove il grosso vota Bossi sono andati in vacanza sulle Ande. Hanno nobilitato la loro escursione da conquista, come se le montagne andine non fossero già scalate, al pari di ogni montagna, da migliaia di alpinisti nel corso dei secoli e come se l’umanità, a secco di conquistadores alla Cortez che la sfoltiscano, invocasse nuove conquiste, ancorché fasulle o quantomeno bislacche.
Che senso ha, per esempio, cimentarsi nel risalire la tal montagna seguendo un percorso inedito? Tutti i percorsi che, partendo da un infinito numero di punti (la base della montagna) vanno alla vetta sono infiniti e tutti inediti, se si escludono quelli battuti da precedenti alpinisti. Per cui è illogico vantarsi di aver scalato la tal montagna seguendo un percorso sinora mai tentato. È una illogicità da libro dei primati, come il record del salame più lungo o dei chilometri percorsi tenendo un uovo sulla fronte. Fanciullaggini da riderci sopra, se non fosse che, come stiamo per vedere, a giocare dove e quando non è il caso, si corre il rischio di morire e uccidere.
Non tutti gli alpinisti sono uguali. Ci sono quelli che si arrampicano per lavoro, come le guardie forestali, le guardie confinarie ai valichi, i boscaioli, i mercenari colonialisti a caccia di resistenti; poi ci sono quelli che scalano per puro diletto, come i turisti e gli sportivi; infine ci sono quelli che, pur andando in montagna per divertirsi, hanno bisogno di camuffare il loro gioco da impresa eroica. Come i quattro della valle di Bossi, che sulle Ande ci hanno lasciato la pelle ma le cui salme, al rientro al paese listato a lutto, hanno avuto funerale da eroi. O come i tre che nei giorni scorsi sono caduti mentre salivano il Nanga Parbat, una montagna del Pakistan: uno è morto e altri due si sono smarriti. Recuperare il morto e i sopravvissuti è già costato all’esercito pakistano qualche decina di migliaia di euro tra voli in elicottero e ricerche a terra. Soldi, sia detto in inciso di pondo, sottratti ai poveri del Paese. Però ha animato le ore di punta del teatrino televisivo, da cui il popolobue reclama ogni giorno la sua brava dose di sangue (l’alpinista morto), col suo corollario di doglianze e condoglianze esibite; poi di suspence da telenovela (riusciranno a recuperare il cadevere? e gli altri due?), di agonismo (escorso sui record di risalita del Nanga Parbat e performance, pur monca, dei nostri sventurati) e di quella polvere di catastrofi altrui che allocchiscono un popolino che non vuole vedere le proprie.
Ma il costo sociale maggiore di queste tragedie della follia scalatoria, quando l’ascendere in quota è malsanamente connotato come anzidetto, è lo spirito di emulazione che esse provocano tra i pargoli per diritto d’anagrafe e bambinoni fisicamente cresciuti ma rimasti cerebralmente allo stadio puerile. Dai ragazzotti frustrati delle valli bossiane ai dentisti dalle parcelle auree ai politicanti arraffoni ai parassiti delle casse pubbliche a esibizionisti d’ogni altro conio è tutt’un viavai sulle cime delle montagne mediatiche.
Sì, perché neppure le cime sono tutte uguali. Se scali il Monte Bianco o il Monte Rosa hai diritto, se va bene, a un trafiletto sul giornale locale. Ma se scali un monte dell’Himalaia, dove tutti i monti, per il semplice fatto di sorgere su un altipiano a cinquemila metri di quota, superano facilmente gli ottomila (dunque, in proporzione sono più bassi delle nostre Alpi), se ascendi in Nepal, Pakistan e dintorni, dicevo, ti spetta un articolone almeno a pagina cinque e se ti va di lusso perché hai buoni intrallazzi ti becchi pure i quattro minuti di gloria alle tivù nazionali. A elevarti ai fasti mediatici non è tanto la quota, come visto, o l’incoscienza, giacché a ottomila metri l’aria si rarefa e rischi l’infarto (ma molto meno di quanto rischi in autostrada o in fabbrica), ma la selezione di censo: andare sul Nanga Parbat o sull’Everest o sul K2 e via elencando i picchi sul Tetto del Mondo, costa svariate decine di migliaia di euro. Ci sono da pagare il viaggio in aereo, settimane di soggiorno per acclimatarsi, i permessi di scalata (che in Nepal, per esempio, costano mediamente 20 mila euro) e i portatori (sherpa), che, come ai tempi del colonialismo schiavista africano, consentono ai forestieri di ascendere con un fardello minimo. Loro, i portatori, si someggiano mediamente di 40 chili (con punte di 70) per consentire al Grande Scalatore Bianco, razzialmente delicatuccio, di accamparsi e pranzare come in un albergo a cinque stelle. Ovviamente l’esibizione non ti costa nulla se il conto lo paga lo Stato, cioè noi: i politicanti italiani si sono costruiti un palcoscenico mediatico in alta quota sull’Himalaia, camuffato da istituto di ricerca. Raramente ci vanno per scalare, attività che comunque implica fatica, ma per simulare una qualche missione scientifica o, come nei giorni scorsi, per atteggiarsi a soccorritori di connazionali scalatori in ambasce.
La difficoltà maggiore, per chi gioca all’eroe sulle cime esotiche, è trovare posto, sia sulle pendici dei monti, da decenni affollatissime, sia sul proscenio mediatico, giacché, se si esagera nel mandare in onda questi scalatori pecettati di griffe, si rischiano crisi di rigetto: anche la stupidità del telespettatore medio ha limiti di cui la pubblicità commerciale e politica, regina di tutto ciò che inquina l’etere come l’altipiano himalaiano, deve tener conto.
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