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sabato 19 luglio 2008  
 

CRONACA DI ORDINARIA DISOCCUPAZIONE

Il manager che va a rubare il mais con il Mercedes

Una guardia giurata racconta uno strano incontro notturno...

Registrazione effettuata a Milano, in un locale sui Navigli.
Trascrizione a cura della redazione. La veridicità della narrazione è stata accertata.

 

 

 

 

Faccio la guardia notturna per conto di un’agenzia di vigilanza privata. Insieme a un collega pattuglio in auto le proprietà dei clienti. Controlliamo i negozi, le ville di lusso e le fabbrichette che non hanno un guardiano fisso. Da parecchi mesi si sono abbonati al nostro servizio anche alcuni agricoltori, che lamentano furti di animali di bassa corte e, in un caso, anche di un pony.
Qualche notte fa, mentre andiamo a controllare una cascina alla periferia di Milano, notiamo un Mercedes parcheggiato in una strada poderale. Un modello di grossa cilindrata, piuttosto vecchio.
Sono le tre e mezza: troppo tardi per pensare bene, cioè a una coppia appartata, anche perché l’auto è inoltrata nella poderale per una ventina di metri, tra due campi di mais alto. Di solito le coppiette restano in prossimità della strada principale, nel timore che malintenzionati possano bloccargli la via di fuga.
Così pensiamo male, cioè all’auto di un ladro. Del resto, siamo pagati per questo. Puntiamo il faro mobile sul Mercedes. Il collega resta in auto e io mi avvicino con una torcia.
– Vigilanza! – urlo – Tutto a posto?
Mi avvicino al Mercedes e intanto ripeto la domanda un paio di volte, volgendo la torcia all’ingiro. Sul Mercedes non c’è nessuno. Il finestrino del guidatore è aperto e la chiave è nel cruscotto. Il cofano è caldo.
Fruscìo tra il mais, una decina di metri oltre il Mercedes, come di una persona che cammini tra le piante, o forse due persone perché il rumore è notevole. Estraggo la Smith & Wesson e bisbiglio, nel microfono della trasmittente che mi pende dallo spallaccio e a beneficio del collega:
– Vieni.
Meglio essere in due anche noi, penso, nel caso i ladri volessero minacciarci o peggio.
Un uomo esce dal fogliame e viene verso di me. Trascina, più che portare, una sacca pesante, del tipo che usano i giocatori di tennis per metterci racchetta, accappatoio e mezzo guardaroba.
Illumino l’uomo con la torcia. Sulla cinquantina, abiti sportivi ma in ordine, espressione spaventata. Gli faccio notare che si trova in una proprietà privata sottoposta alla nostra tutela e gli chiedo un documento. Mi porge la carta d’identità. Abita in un quartiere a un paio di chilometri, verso il centro. C’è scritto Professione: dirigente industriale.
– Che ci fa di bello a quest’ora in campagna?
Uso un tono da curioso più che da inquisitore e tengo lo sguardo sulla sacca. Anche l’uomo guarda la sacca gonfia di gibbosità, esita, allarga le braccia, le lascia ricadere pesantemente sui fianchi e dice, a se stesso:
– Ma guarda qua se a 54 anni devo ridurmi così!
– Posso chiederle cosa porta in quella borsa? - gli chiede il collega.
L’uomo si china, fa scorrere la cerniera e divarica i lembi dell’apertura. Pannocchie di grano. Racconta:
– Ero responsabile di produzione in una fabbrica dell’hinterland, fatta fuori dalla concorrenza dei cinesi. Da tre anni cerco invano un lavoro. Centinaia di colloqui. Niente. Moglie a carico, che non sa far nulla e comunque non trova nulla da fare, una bambina, piccola, sa, l’abbiamo avuta tardi, dopo anni di cure. Stiamo consumando i risparmi. Non vendo l’auto perché mi serve a presentarmi ai colloqui, non posso andarci in taxi, se capiscono che sei completamente col culo per terra ti bollano come fallito e non ti prendono manco in considerazione. E io non posso lasciar perdere neppure un’opportunità. Di soldi ne ho ancora un po’ ma si consumano in fretta, prima o poi finiranno, ho paura. Così cerco di risparmiare dappertutto, sulla spesa, di arrotondare come posso. Insomma ho costruito una conigliera sul terrazzo, ci tengo otto conigli. Li nutro a mais ed erba. L’erba l’ho fatta nel campo di là ed è in un sacco nel bagagliaio. E questo è il grano.

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