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LETTERE
venerdì 18 luglio 2008
 

A proposito dell’articolo Dipendenti pubblici in libertà vigilata del 7 luglio

Vacanze cagionevoli per i dipendenti pubblici meridionali

Il decreto di Berlusconi sulle assenze per malattia è una reazione discriminatoria, ma, prima di condannare una reazione eccessiva bisogna valutare l’azione, parimenti eccessiva e scandalosa, che l’ha provocata. Ecco i finti malesseri dei (non)lavoratori della scuola.

di Lettera Firmata
Milano

 

 

 

 

Vi chiedo di omettere la mia firma, onde evitare che, identificando la scuola di cui sono direttore amministrativo, si possano arbitrariamente attribuire a persone determinate i fatti che racconto.
Premetto di non avere alcuna simpatia per il governo Berlusconi, né per la sua opposizione di latta, dal momento che ho disertato le urne. Tuttavia, a commento del suo decreto sulle assenze per malattia dei dipendenti pubblici, credo non vada criminalizzato né osteggiato, perché un giro di vite era necessario. Talmente necessario e sacrosanto da mettere in ombra gli aspetti negativi del decreto che voi avete evidenziato e che pure condivido: presunzione di colpa nei confronti di chi si ammala e discriminazione rispetto ai dipendenti privati.
Lo affermo con cognizione di causa perché ho maturato ultraventennale esperienza come segretaria (in seguito ribattezzata direttore servizi generali amministrativi) di diverse scuole medie del Norditalia.
In tutti questi anni ho incontrato bidelli (ribattezzati collaboratori scolastici), impiegati (assistenti amministrativi), insegnanti e presidi (dirigenti scolastici) perbene, umanamente e professionalmente apprezzabili, a volte anche eccezionali, nel senso che s’impegnavano ben oltre i doveri d’ufficio. Ma, quantitativamente, si tratta di eccezioni molto marginali. Il grosso del personale della scuola, quantomeno della scuola media del Norditalia, è formato da gente che tira a campare, scarsamente motivata e ancor meno preparata, con vastissime sacche di parassitismo, di incompetenza totale quanto di disonestà.
Queste sacche d’imboscati che lavorano male o malissimo o per niente, sono dediti prioritariamente a sfruttare a proprio vantaggio tutti i garantismi offerti da leggi e accordi sindacali che, da sacrosante tutele di tutti, si sono trasformati in strumenti di afflizione e derisione della minoranza brava e seria che lavora.
Butto lì qualche esempio, che, lo ribadisco, non intacca i meriti della minoranza onesta e operosa.
- I bidelli, che dovrebbero tenere ogni scuola lustra e in ordine, esibiscono, nella sporcizia e nel disordine imperanti, il loro lazzaronismo. Spesso si limitano a sussistere e a tirare la fine dell’orario di lavoro, quando lo finiscono, perché i pretesti per arrivare in ritardo e andarsene in anticipo fioccano. Ed è difficile controllarli, dal momento che, tramite le Rsu (Rappresentanze sindacali unitarie, il loro sindacato) si oppongono all’installazione di timbracartellini. Sicché non si sa quando arrivano, cosa fanno, dove sono, quando se ne vanno.
Certo, il segretario della scuola (o un suo delegato) è delegato a coordinare il lavoro dei bidelli, ma ci vorrebbe un controllo a vista e, in mancanza di sanzioni, che solo il preside può infliggere, gli ordini impartiti non sono eseguiti o comunque non sono eseguiti bene e per intero. Ma i presidi, invece di richiamare all’ordine chi non fa il proprio dovere, dànno spesso il cattivo esempio: non conoscono come dovrebbero la normativa scolastica, sono professionalmente carenti, non hanno attitudine al coordinamento e al comando (requisiti indispensabili in chi aspiri a guidare istituti scolastici che hanno dimensioni e problemi da azienda medio-grande), e, ciliegina sulla torta, hanno tendenza a un quietovivere che gli fa chiudere gli occhi sulle manchevolezze di tutti, avendo bisogno di essere ricambiati con altrettanta colpevole tolleranza.
– Gli impiegati di segreteria non sono spesso da meno dei bidelli. Quelli che sanno fare bene il loro lavoro e lo fanno sono rari. In alcune scuole le segreterie sono talmente incompetenti o lazzarone che, quando gli insegnanti chiedono informazioni e servizi appena un po’ complessi (come una pratica pensionistica), ricevono risposte del tipo: «Si rivolga al sindacato, che è molto più informato di noi».
– Quanto agli insegnanti, sono, in un’ipotetica graduatoria che associ perbenismo a professionalità, i peggiori di tutti. Concepiscono l’insegnamento alla stregua di una sinecura dall’orario cortissimo e ulteriormente riducibile con le furbizie di cui sto per dire, una sorta di rendita di posizione che consente di svolgere una seconda attività retribuita fuori dalla scuola o di coltivare hobby alla grande o di fare la mamma-casalinga quasi a tempo pieno.
Ed ecco le più frequenti furbizie sanitarie cui ricorrono molti dipendenti della scuola e contro cui si scaglia il decreto di Berlusconi.
– Alla ripresa dell’attività scolastica dopo le ferie, dopo le vacanze natalizie e pasquali e dopo ogni ponte, le segreterie scolastiche del Nord vengono intasate da certificati di malattia. Sono in gran parte spediti da insegnanti, bidelli e impiegati che hanno trascorso le vacanze al Sud, al loro luogo d’origine e che si fanno prescrivere un periodo di malattia allo scopo di prolungarle. Obietterete: e non possono essere malati sul serio? Ci piace supporre di sì, in alcuni casi, ma credere che tutta questa massa di meridionali si ammali proprio al termine delle vacanze sarebbe da ingenui. Anche perché la scuola non ha alcuna possibilità di controllare l’autenticità di questi certificati: quando chiediamo la visita fiscale (come dobbiamo e facciamo) alle Asl del Sud, queste ci rispondono quasi sempre: «Non possiamo effettuare alcun controllo perché non abbiamo personale». E, le rare volte in cui il personale ce l’hanno, la visita fiscale conferma il certificato di malattia. Poi, quando l’insegnante o il bidello o l’impiegato rientra a scuola con una settimana di ritardo, motivata appunto dalla malattia, racconta tranquillamente ai colleghi di come abbia trascorso, sanissimo e gaudente, questa settimana “da malato”. Insomma, prolungare le vacanze pretestandosi malati è prassi talmente diffusa e radicata da specchiarsi in una diffusa certezza di abuso impunito e in statistiche altrimenti inspiegabili: possibile che soltanto i meridionali che lavorano al Nord e che fanno le vacanze al Sud si ammalino sempre al termine di queste vacanze?
Queste assenze camuffate da malattia, oltre a umiliare chi lavora e a truffare lo Stato, inceppano il normale funzionamento scolastico perché il supplente può essere chiamato soltanto dall’11° giorno. Significa che, per i primi dieci giorni, gli studenti restano senza insegnante e che gli impiegati e i bidelli che rientrano regolarmente al lavoro debbono svolgere anche le mansioni dei furbi meridionali formalmente assenti per malattia.
Ci sono poi abusi poco noti e che il decreto Berlusconi non colpisce. Per esempio, il dipendente pubblico che dichiari (può bastare un’autocertificazione, se il preside è d’accordo) di occuparsi di un parente invalido e bisognoso di assistenza ha diritto a tre giorni di assenza al mese. Sarà un caso, ma questi giorni cadono quasi sempre a ridosso di festivi o ad allungamento di ponti o vacanze. Ma non vi pare un’indecenza che un figlio dichiari di occuparsi della madre invalida esclusivamente al termine delle vacanze e allo scopo di allungarle?
E non vi sembre indecente che una bidella usi i tre giorni per andare al mercato settimanale e un’altra li diluisca lungo tutto il mese, in modo da uscire un’ora prima e andare a lavorare nel bar del marito?
Un ultimo scandalo e poi chiudo se no scrivo un libro. Gli insegnanti hanno diritto a un mese di ferie, come tutti. Ma è prassi che ne facciano almeno due: luglio e agosto. Ma spesso ci attaccano anche una quindicina di giorni di giugno. Colpa anche dei presidi, che trovano comodo non imporre a ogni insegnante di svolgere le attività integrative e preparatorie estive, in modo da non rubare un mese o un mese e mezzo di stipendio, perché così lo stipendio lo rubano anche loro. E la pacchia vacanziera ancora non è finita: gli insegnanti possono diluire sei giorni di ferie lungo l’anno scolastico, dandosi per implicito che poi faranno sei giorni di ferie in meno in estate. Invece no: si fanno i sei giorni durante l’anno scolastico, con gli anzidetti inconvenienti sul fronte didattico, e poi, quando viene l’estate, non li restituiscono. Sicché i sei giorni di ferie anticipate si traducono in sei giorni di ferie rubate.
Una situazione stomachevole, alimentata e tollerata da una classe politica e da massimi dirigenti preoccupati di raccogliere voti o di non avere grane o di condannare alla corruzione tutti quanti stanno sotto di loro, in modo che nessuno possa eccepire le maggiori corruzione e incompetenza che stanno sopra.
Certo, il decreto sulle assenze per malattia è una reazione disordinata e sotto certi aspetti iniqua e discriminatoria dei dipendenti pubblici; ma, prima di condannare una reazione eccessiva bisogna valutare l’azione, parimenti eccessiva e scandalosa, che l’ha provocata.

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