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LETTERE
martedì 15 luglio 2008
 

LE LEGGI CHE ASSOLVONO LE INFAMIE PADRONALI

Youssef, dal Marocco a Milano per rischiare la vita sui tetti

di Gianna Tirti
Milano

 

Stanno costruendo condomini a schiera di fronte al mio, oltre la strada, dove prima c’erano campi di grano. Il mio portiere, cui piace essere informato su tutto ciò che accade sotto il suo sguardo, mi ha spiegato che il costruttore (un’immobiliare milanese) ha scelto questi terreni perché li ha pagati poco, visto che sono delimitati, dalla parte opposta a dove sto io, da una tangenziale molto rumorosa, inquinata e trafficata anche di notte, tutto l’anno. Ma il portiere ha commentato che l’immobiliare sta già vendendo i futuri appartamenti a prezzi altissimi.
Nei giorni scorsi, prendendo il sole sulla mia terrazza affacciata sul cantiere, osservavo il lavoro dei muratori che posano i coppi sui tetti.
Lavorano tutti senza cintura di sicurezza. Eppure spostano coppi lungo falde molto inclinate, con movimenti che rivelano un equilibrio a volte precario perché devono stare attenti a dove mettono i piedi se no rompono i coppi.
Ieri ho segnalato tanta mancanza di sicurezza a mio fratello, che è venuto a trovarmi e fa il geometra per il Comune. A sua volta mi ha fatto notare altre violazioni delle norme di sicurezza. Per esempio, le impalcature sono montate incomplete, senza controvento (sbarre diagonali indispensabili a impedire oscillazioni, ndr) e senza corrimano; inoltre non c’è nessuno, sui tetti, a segnalare ai posacoppi i movimenti della benna della gru, indispensabile in quanto la cabina del gruista è molto remota, il braccio molto elevato e lungo, e il cavo di sollevamento ha ampio gioco di oscillazione.
Vedendo questi muratori, quasi tutti immigrati di pelle scura, lavorare nel pericolo mi sono venuti in mente i due muratori egiziani morti il 13 giugno scorso in un paese vicino (Vighignolo) per il crollo di un ponteggio.
Proprio ieri, portando giù il cane nella pausa di mezzogiorno, ho incrociato un muratore che di solito osservo sui tetti e che riconosco anche per l’originale cappellino. Accertato che capisce la mia lingua, gli ho chiesto:
– Perché non indossi la cintura di sicurezza?
– Perché ostacola i movimenti e rallenta il lavoro. Nessuno se la mette. Dobbiamo rispettare i tempi. In ogni caso in cantiere le cinture di sicurezza non ci sono.
– Ma non puoi esigerle? Magari tramite il tuo sindacato? Sei iscritto a un sindacato?
– Sono io il padrone.
Ho pensato mi prendesse in giro per troncare una conversazione che lo infastidiva, ma poi lui, dinanzi alla mia espressione delusa, si è sentito in dovere di spiegarmi che davvero è titolare di un’impresa edile individuale e che, insieme ad altri marocchini come lui, tutti titolari di altrettante imprese individuali, ha preso in subappalto la posa dei coppi e simili mansioni che non richiedono specializzazione. Possibile?

 

 

 

 


N
on possibile: sicuro. Si tratta di uno stratagemma legale implicitamente suggerito dai legislatori in malafede che fingono di varare norme a salvaguardia dei lavoratori e invece tutelano prioritariamente il profitto dei padroni.
Queste norme sciagurate consentono a un’impresa di costruzioni, capitalizzata e attrezzata e ammanigliata quanto basta a vincere un appalto, di subappaltare fasi anche cospicue del ciclo produttivo a imprese individuali. Si tratta, con ogni evidenzia, di un’ipocrisia, giacché il concetto di impresa individuale ha senso esclusivamente se riferito ad aziende molto specialistiche (esempio: uno studio di geologo che certificasse la non-sismicità di un terreno) o molto attrezzate (esempio: un elicotterista che posasse un’antenna televisiva là dove le gru non arrivano). Sostenere che il marocchino Youssef, che non ha mai fatto il muratore in vita sua, che è sbarcato un mese fa in Italia e che viene arruolato per allineare coppi su un tetto spiovente, ha competenze e attrezzature che giustificano la sua costituzione in ditta individuale è dare un calcio nel culo alla Costituzione della repubblica e sputare in faccia a elettori che hanno mandato in parlamento gente affinché approvasse leggi perbene, non leggi-burla concepite per legalizzare le illegalità di lorsignori.
Con questo meccanismo incostituzionale e illegittimo e immorale ma legalmente a postissimo, un’impresa edile autentica può arruolare tutti i lavoratori in nero che le pare, purché li camuffi da imprenditori individuali. Un camuffamento che offre al padrone questi vantaggi:
– non versa contributi assicurativi e previdenziali, ma un compenso negoziato, in termini giugulatori perché ci sono mille aspiranti lavoratori per ogni posto, a una prestazione che implica ritmi da schiavi;
– non è tenuto a osservare le norme che impongono al datore di tutelare l’incolumità dei dipendenti, dal momento che Youssef dipendente non è, ma un imprenditore indipendente.
La burocrazia statale, di solito proverbiale nell’angariare il cittadino in ogni pratica prolungandogliela e rendendogliela onerosa, quando si tratta di vestire un manovale immigrato da azienda individuale è velocissima. Marco Di Girolamo, segretario degli edili della Cgil di Milano ha dichiarato al Sole24ore di ieri:
«Aprire un’impresa edile è la cosa meno complicata del mondo. Basta compilare un modulo in Camera di commercio: puoi anche essere analfabeta e in 48 ore hai la tua impresa edile».
Ecco perché negli ultimi tre anni il numero delle imprese edili con titolare di cittadinanza straniera è triplicato. Sono quasi 65 mila. Non sorprenda dunque che ogni tanto un libero imprenditore dalla pelle scura si sfracelli dal tetto o dall’impalcatura.

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