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martedì 8 luglio 2008  
 

MILANO

Eco sul Fronte della Banalità

Cronaca di una serata culturale dedicata al fuoco.

 

 

 

 

Un vasto campionario di nantis meneghini, paciosamente avvoltolati in sontuose sinecure di censo e di saccheggio sociale amorale, ancorché legalissimo, percettori
di rendite immobiliari,
di rendite professionali,
di rendite ereditate,
di rendite finanziarie,
di rendite commerciali,
di rendite usuraie,
di rendite partitiche,
di rendite istituzionali,
di rendite sanitarie,
di rendite ecclesiastiche,
di rendite mediatiche,
di rendite editoriali,
di rendite esentasse,
di rendite inconfessabili ancorché mai penalmente riprovevoli, questo campionario di umanità privilegiata e profumata di essenze millesimate si è aggrumato lunedì sera, 7 luglio dell’anno 2008 dell’èra che più volgare e laida non si può, al teatro Dal Verme di Milano per ascoltare una conferenza multimediale sul fuoco.
Che fuoco?
Non il fuoco del napalm con cui le truppe della Nato, mercenarie del neocolonialismo occidentale, arrostiscono i resistenti iracheni e afgani;
non il fuoco delle bombe al fosforo con cui le stesse truppe carbonizzano casupole e tuguri dove si rintanano bambini, donne e vecchi terrorizzati, supposti figli, mogli e padri dei resistenti reprobi;
non il fuoco delle bombe a frammentazione, coloratissime come balocchi, con cui i coloni(alisti) sionisti macellano i bambini palestinesi;
non il fuoco, metamorfosato in cellule impazzite e in piaghe incurate, che strazia i malati non-solventi cui l’assistenza sanitaria pubblica nega guarigione e salute;
non il fuoco, metamorfosato in sensi di colpa e disperazione, che inaridisce i disoccupati, i sottopagati, i condannati a mansioni umilianti e ammorbanti e a rischio di mutilazione e di morte;
non il fuoco, metamorfosato in giustizia negata, che martirizza le vedove degli uccisi sul lavoro, dei detenuti in attesa di processo, dei carcerati condannati ad afflizioni barbare, con le quali codici penali forbiti e magistrati lindi non si sporcano formalmente le mani;
non il fuoco, metamorfosato in rabbia e senso d’impotenza, che brucia aspirazioni, speranze e aneliti di giustizia di generazioni condannate all’insignificanza da classi dirigenti dedite al saccheggio dello Stato;
non il fuoco alimentato da una Chiesa temporale ed eretica, adoratrice dell’Anticristo, rigenerazione maligna della Chiesa delle Crociate e dell’Inquisizione, che perseguita chi ambisca onorare il Vangelo;
non il fuoco diabolico delle tivù e delle radio e dei giornali di regime, che disinformano e diseducano e mandano al rogo mediatico ogni dissenso suscettibile di scuotere coscienze.
No, ieri, 7 luglio, al teatro Dal Verme di Milano un migliaio e forse più di gente benvestita, profumata, educata, gentile, sorridente e galateamente civilissima, solfeggiante elogi a sé medesima, si è adunata per ascoltare una relazione di Umberto Eco, nonché gli eccipienti, sul fuoco dell’accendino, della candela, del caminetto eccetera: il fuoco inteso come quarto elemento.
Ed ecco Eco sul podio. Lo ha introdotto l’archetipo del noioso professore di liceo dall’eloquio sofferto, quasi balbuziente, che inquina l’etere di cacofonie. Ma forse la sua funzione è proprio quella d’introdurre la platea alla temperie del fuoco medievale, quando il popolo urlava al rogo al rogo. Il professore viene congedato con un applauso di sollievo.
Del resto gli aggrumati hanno applausi per tutti. Sbattono le mani per saturare ogni irriverente silenzio che s’insinua tra un presentatore e un introduttore, tra un esplicatore e un relatore, insomma tra chiunque abbia titolo e rango per esibirsi al proscenio. O forse sbattono le mani perché, rampolli dell’inciviltà del rumore, non tollerano il silenzio. O forse reiterano battimani per proclamare la propria esistenza in vita, sennò tanto varrebbe metterci dei manichini ad ascoltare Eco & Confraternita.
Certo, in democrazia l’applauso è sacrosanta manifestazione di consenso.
Ma come si fa a convenire con chi non dice nulla o blatera banalità? E se è giusto onorare il diritto di ognuno di esternarsi, perché la platea ostracizza e rumoreggia – unica concessione alla diseducazione da stadio – contro un ministro berlusclone, tal Bondi, che, poverino, non ha aperto bocca e si è limitato a sussistere, seduto composto e compunto nella primafila dei vip? Non è forse Bondi esponente di quella stragrande maggioranza, espressa da un elettore su tre, che ha plebiscitato il partito di Berluska? O questi nantis, che da un governo di sinistra hanno soltanto da temere, vogliono snobbisticamente atteggiarsi a non-elettori del Berluska?
Torniamo all’Eco sul podio. Col sussidio di un computer portatile proietta sullo schermo cinematografico alle sue spalle, sul quale in precedenza si sono rincorse tutte le copertine dei suoi libri, l’icononografia sussidiaria.
Recita un temino che è una giustapposizione di massime, elencazioni, classificazioni, aforismi, leggende, aneddoti, storie, tecnicismi e sinonimi connessi alla parola fuoco. Potrebb’essere l’esito di una ricerca in internet da compito per le vacanze. Ma declamata da Eco è distillato di cultura purissima, è sfoggio d’alta cultura. Eco ha condotto la ricerca escludendo tutte le accezioni che prima ho considerato io: quelle sul napalm, le bombe al fosforo eccetera. Qui si fa accademia dotta, non politica. E il Bondi in sala, allora? Appunto: la platea colta lo ha punito e boaticamente espulso come corpo estraneo, che infatti ha la creanza di filarsela appena può.
Il temino di Eco ridonda delle rituali citazioni, talmente ricorrenti e prolisse da costringerlo a rimarcarle con gli indici e i medi delle mani alzate, a mimare virgolette, che chiude con un fine della citazione, si sa mai che qualche ascoltatore semiabbioccato confonda l’oscuro citato con l’aureolato citante in carne e ossa.
Il temino riscuote un’ovazione. Le ingioiellate echeggiano: Che genio! Che erudito!
Adesso sale al proscenio un attore che legge, dal Nome della rosa, il brano che descrive il rogo della biblioteca. Una lettura veloce, smaltita con la fretta di un docente che faccia l’appello. Fa niente: tutti in platea hanno visto il film con Sean Connery che cerca di spegnere il rogo dei libri, Sean Connery era molto più affascinante da vecchio che da giovane, beh, adesso però è un rudere.
Ovazione anche al lettore.
Poi la platea sobbolle di file che si defilano. Si è fatto tardi, urge affrettarsi verso qualche rendez-vous mondano, ci saremo mica messe in ghingheri per starcene qui sedute al buio, no?
È il turno di un pianista. Esegue qualche brano pertinente il fuoco. Partiture ostiche per molti orecchi. Nell’ultima picchia la tastiera coi gomiti e batosta con un martello di gomma le corde del pianoforte a coda, messe a nudo per esigenze pentagrammatiche.
Ah! Finalmente è finita! I cultori della cultura si sentono l’animo appagato come beghine dopo la messa. Abbiamo fatto il nostro dovere di buone cristiane, abbiamo fatto il nostro dovere di membri in servizio permanente effettivo nei ranghi dell’intellighenzia. Noi siamo i combattenti sul fronte della Milano intellettuale, dagli effluvi purificanti il pecunio che altrimenti olerebbe.
Però che puzzo, colleghi, cronacare dal Fronte della Banalità.

©

scrivici pagina iniziale giancarlo scotuzzi
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