La Caritas è il braccio caritatevole della Chiesa Romana. Ha sede centrale in Vaticano ma filiali nazionali in ogni Stato dove la Chiesa Romana ha cospicuo seguito.
Il Vaticano delega l’esercizio della carità, proclamata virtù principe della Chiesa e misura della sua coerente osservanza del primo precetto evangelico, alla Caritas per due ragioni.
La prima è che, se il Vaticano facesse beneficienza direttamente, dovrebbe spiegare perché persiste nell’accumulare una ricchezza ostentata e offensiva, quando, distribuendola ai poveri, lenirebbe notevolmente le loro pene e zittirebbe l’accusa, reiterata e pertinente da millenni, di dare il pessimo esempio preoccupandosi più del potere temporale nell’aldiquà che della salvezza delle anime nell’aldilà. Appaltando la carità alla Caritas, e negandole i quattrini sufficienti a svolgere adeguata pastorale con la scusa che fare da soli è una forma di preghiera, il Vaticano può tenersi strette le proprie immense ricchezze e anzi continuare a farne crescente mucchio.
La prima funzione della Caritas è dunque quella di sfogatoio dei cattolici coerenti e di esibita, ancorché irrisoria, e fraudolentemente assolta funzione caritatevole del Vaticano.
Vuoi aiutare i poveri della Terra? Versa il tuo obolo e le tue fatiche nel piccolo salvadanaio della Caritas del tuo Paese e non invocare l’apertura dei forzieri vaticani, che tanto il monarca del Vaticano mica te li apre.
La seconda ragione per cui il Vaticano concede una certa autonomia alla Caritas è che questa organizzazione fa da parafulmine alle istanze teologiche progressiste e coerentemente evangeliche dei preti e dei fedeli ostici alla degenerazione temporale del papa e della sua corte.
Una delle Caritas nazionali più toste sotto quest’ultimo profilo è quella tedesca. Indotta spesso a dar prova di coerenza evangelica e di coraggio religioso dalla necessità di competere con la Chiesa Protestante, da sempre tostissima, e da una temperie teologica che, dai tempi di Lutero, propizia il fiorire di riflessioni audaci, schiette e indipendenti.
Il 25 giugno scorso la Caritas tedesca ha diffuso sul proprio sito (www.zenit.org) un documento contro la guerra d’invasione dell’Afganistan. Vi critica le priorità militari e la negligenza degli obiettivi umanitari delle sedicenti missioni di pace. E auspica una riduzione sostanziale delle spese in armi a beneficio della ricostruzione civile.
Peter Neher, presidente della Caritas allemanna, esemplifica i nefasti della guerra coloniale in Afganistan con queste cifre:
- L’impegno militare degli Stati Uniti e dei loro alleati in Afganistan costa 100 milioni di dollari al giorno, contro i 7 milioni di dollari giornalieri destinati alla ricostruzione civile, che, nelle dichiarazioni dei governi occidentali, dovrebbe essere invece l’obiettivo numero uno e la giustificazione stessa della guerra.
- ma il 56% di questo 7% destinato alla ricostruzione ritorna ai Paesi donatori sotto forma di appaltato delle opere di ricostruzione. Ne deriva che soltanto il 3% del costo complessivo dell’invasione finisce a soddisfare gli obiettivi che, sempre nelle dichiarazioni dei governi, la giustificano.
Peter Neher argomenta che la guerra al terrorismo è un pretesto per saccheggiare vieppiù l’Afganistan a prioritario vantaggio delle lobby militari e delle multinazionali dei Paesi che hanno innescato il conflitto; aggiunge che tale saccheggio, oltre alla distruzione delle infrastrutture, delle abitazioni e dell’economia locale, implica assassinare, torturare, imprigionare, affamare e deportare gran parte della popolazione; per questo, continua, non saranno gli eserciti occidentali a porre fine alla tragedia afgana, perché sono proprio loro che l’hanno provocata e la perseverano; conclude auspicando un rapido cambiamento di strategia da parte dei governi invasori.
E qui il portavoce della Caritas tedesca si ferma: se andasse oltre superebbe la linea rossa che separa il dire, anche il più bel dire, dal civico fare, cioè dalla politica attiva, il che non s’addice a gente in tonaca e comunque sempre al guinzaglio della Chiesa di Roma, per quanto il laccio venga encomiabilmente teso e irriti chi lo regge.
Nei documenti della Caritas italiana, tantomeno nella stampa cattolica italiana, non c’è traccia della protesta di Peter Neher. Censura? No, rispetto dell’autonomia: noi siamo qua, Peter Neher è là, in Germania, dicono in Vaticano. Alla faccia della sedicente Chiesa ecumenica.
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