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domenica 22 giugno 2008  
 

CRONACA DI ORDINARIA FOLLIA

I camionisti della Camunia e il concerto nella Pieve

Lezione di trasporti pubblici e privati a uso del popolo buissimo

 

 

 

 

Già Giorgio Bocca ebbe a inimicarseli oltre dieci’anni fa descrivendoli come prepotenti e buzzurri. Parlava dei camionisti della Valcamonica, contro la cui malacreanza era incocciato durante un viaggio di lavoro.
Li aveva descritti come irrispettosi del codice della strada nonché della civilistica diligenza del buon padre di famiglia, che deve valere non soltanto tra le mura domestiche, ma soprattutto quando, per mestiere, si maneggia un bisonte di decine di tonnellate che è strumento di lavoro quanto arma letale: si vedano le statistiche sui 9.000 morti l’anno sulle strade, molti dei quali direttamente o indirettamente imputabili ai circa 200 mila Tir e agli altri cinque milioni di veicoli commerciali.
Chi guida un camion non può ignorare di marciare spesso al pelo di righe di mezzeria, di marciapiedi, di spartitraffico, di altri veicoli; non può ignorare che, se deve frenare rapidamente per fermare un carico di 30 tonnellate rischia di uccidere se stesso e il prossimo; non può ignorare che, quando il carico si fa onusto ben oltre i limiti di legge, tracimando anche le 50 tonnellate, il rischio di investire e maciullare pedoni e ciclisti e motociclisti e automobilisti si trasforma, prima o poi, in certezza, perché lo spazio di frenata non è sufficiente; non può ignorare che una guida disinvolta spaventa e condiziona la circolazione degli altri veicoli, così come una velocità di crociera resa lenta dal sovraccarico induce gli automobilisti pendolari a sorpassi azzardati di cui il camionista è moralmente corresponsabile; non può ignorare, il camionista che non sia l’ignorante bollato da Bocca, che un Tir inquina in maniera oscena e rovina timpani, nervi e polmoni a quanti hanno la sventura di abitare in borghi attraversati dalle piste camionabili; non può ignorare che a indebitarsi oltre misura per comprare il camion e a non saper esigere compensi adeguati poi deve correre come un pazzo 12 ore al giorno per pagare le cambiali e che a fare le spese di questa follia è la sicurezza di tutti; non può ignorare, infine, che molte aziende italiane hanno abolito il proprio magazzino per trasferirlo sui Tir: merci sempre in movimento su un sempre maggior numero di camion, tutti condannati a correre come pazzi per consegnare in tempo le merci alle aziende. Questo meccanismo, chiamato just in time, ha alleggerito i costi delle aziende ma ha condannato la società tutta a una maggiore schiavitù ai camion.
Noi ci dissociamo dal Bocca che marchiò i camionisti camuni, facendone la rappresentanza più negativa della categoria. No, i camionisti camuni non meritano alcun primato di demerito: sono uguali e precisi agli altri camionisti. Certo, ci sono, come in ogni fascio, gli steli virtuosi. Eccezioni, però, che non assolvono né offrono attenuanti a un ceto lavorativo che complessivamente demerita ed è comprimario finale di un’intrapresa moralmente a delinquere: l’organizzazione di stampo paramafioso che impone il trasporto delle merci su gomma. Vediamo come funziona.
Ogni giorno vengono spostate in Italia tonnellate di merci: dai luoghi in cui si producono le materie prime a quelli dove vengono lavorate (esempio: i rottami, dai demolitori alle fonderie), dai luoghi di prima lavorazione a quelli di lavorazione successiva (le forme di ferro dalle fonderie ai laminatoi), dai luoghi di raccolta a quelli di distribuzione (il pesce dai pescherecci ai supermercati).
Spostare tutte queste merci ha costi economici e sociali diversi a seconda del mezzo utilizzato. Ecco un raffronto proporzionato dei costi:
– Se usi la nave spendi, poniamo, 100 a quintale.
– Se usi la chiatta fluviale spendi 200.
– Se usi il treno spendi da 500 a 1.000, a seconda della lunghezza del tragitto, su cui ammortizzi i costi per portare le merci alla stazione ferroviaria e trasbordarle sui carri.
– Se usi il camion spendi da 20.000 a 50.000.
Le differenze sono immensamente più marcate se calcoliamo anche i costi sociali, cioè il pedaggio di morti e di feriti, nonché d’inquinamento ambientale. Replichiamo il raffronto tenendo conto di questi oneri sociali.

La convenienza di navi e chiatte fluviali
Navi e chiatta esigono un pedaggio di morti e feriti irrisorio. Lo dicono le statistiche: lo 0,4% dei morti sulle strade.
Risibile anche l’inquinamento: una nave trasporta le tonnellate di un migliaio di camion, con punte di 3.000.
Nave e chiatta hanno un inconveniente relativo: non sono veloci. Per questo sono utilizzate per trasportare merci che non hanno fretta o che richiedono un trasporto molto a buon mercato. Sono adatte a trasportare rottame o minerali o grano, non certo pesce od ortaggi.

Treno, campione di sicurezza
Il treno è in assoluto il mezzo di trasporto più sicuro sinora inventato. I morti sono lo 0,2% di quelli sulle strade e sono imputabili quasi sempre a violazioni del codice penale o comunque a diserzioni dei pubblici amministratori dai loro primari doveri di tutela della pubblica incolumità, come la mancata installazione di barriere affidabili ai passaggi a livello, l’inadeguata manutenzione dei convogli e delle strade ferrate, la mancata installazione di sistemi di sicurezza sui treni e nelle stazioni, la soppressione del secondo macchinista, che garantiva eventuali disattenzioni del primo. Tutte responsabilità pubbliche che elenchiamo allo scopo di far apprezzare quanto un elettorato meno idiota di quello italico, dunque in grado di mandare al potere politici onesti e capaci, ridurrebbe gl’incidenti ferroviari a un livello prossimo allo zero.
Quanto all’inquinamento, il treno non ne provoca, se non in maniera irrisoria. La trazione elettrica non ammorba l’aria, mentre le frenate dei treni, più rare grazie alle caratteristiche del mezzo e giacché un treno trasporta il valsente di 30 Tir (con punte di 100), producono esclusivamente polvere di ferro che si deposita sulla massicciata, lontano dai polmoni della gente. Ma i moderni convogli frenati con l’elettromagnete non producono neppure questa polvere. Conclusione: il treno non inquina.
Il treno è il mezzo di trasporto più veloce. Ovviamente non considerando l’aereo, che è costosissimo e dunque riservato a merci di sommo pregio oltre che di grande fretta. Un moderno treno merci che scorra su una rete adeguata gestita da persone perbene (che non lucrano sulla manutenzione e sul rinnovamento del materiale fisso e rotabile) tiene una velocità media di 250 chilometri orari. Vuol dire che gli ortaggi della Puglia partono da Brindisi la sera, viaggiano di notte in carri refrigerati e arrivano a Milano molto prima dell’alba successiva, in tempo per essere venduti freschi al supermercato.
Ma l’utilizzo intelligente e razionale del treno in Italia non è possibile per tre ragioni:
1. I governi, che da almeno cinquant’anni sono asserviti ai produttori di auto, hanno trascurato la manutenzione e lo sviluppo delle strade ferrate, che dunque si sono rattrappite rispetto ai tempi di Mussolini. Invece di allungare i binari e di raddoppiarli, non si fa che smontarli.
2. Per la stessa ragione i governi hanno trascurato l’ammodernamento dei treni. Mentre francesi, tedeschi e, da qualche anno, persino gli spagnoli, hanno investito in convogli superveloci, l’Italia è rimasta al palo. Parliamo non soltanto dei carrimerci e delle motrici che li trainano, ma anche dei convogli passeggeri, perché, essendo i binari inferiori alla bisogna, un treno passeggeri che vada piano, e dunque occupi a lungo una tratta, la preclude ai treni merci, che così risentono anche della lentezza dei convogli riservati ai passeggeri.
(Piccola parentesi aneddotica. Anni fa un ministro socialista volle dimostrare che si poteva andare da Milano a Roma in quattro ore invece che in cinque o sei. Ci riuscì: ma sgomberando tutta la linea, in modo da riservarla al treno da quattro ore, e dunque al prezzo di bloccare in poche settimane svariate migliaia di treni merci nelle stazioni.)
3. La terza ragione per cui i governi hanno negletto i treni è elettorale. Se non ci sono né navi né treni adeguati, le merci devono viaggiare sui camion. Con soddisfazione dei milioni di elettori che sui camion ci campano: aziende che li fabbricano, operai che ne sono al soldo, concessionarie che li vendono, meccanici e carrozzieri che li riparano, gommisti, camionisti (padroncini o dipendenti che siano), assicuratori. Trasferire le merci dai camion ai treni significa scontentare un esercito di elettori che non hanno la capacità di intravedere alternativa occupazionale se i politici non gliela prospettano, né di accettare un modello di sviluppo viario che implichi cambiamento di abitudini, se il potere non ve li obbliga, né di anteporre l’interesse collettivo e i valori primari al loro personalissimo interesse e ai loro disvalori, se non c’è un governo forte e illuminato che gliel’impone.
Mettiamoci nei panni dei padroni della Fiat. Coi camion fanno soldi a palate. Coi treni ne farebbero molto meno. O forse non ne farebbero per niente, visto che i treni francesi e tedeschi sono di gran lunga migliori di quelli che sa produrre la Fiat.
Mettiamoci nei panni di concessionari, meccanici, carrozzieri, gommisti e assicuratori che sui camion (e sulle sciagure dei camionisti) ingrassano: coi treni dovrebbero cambiare mestiere.
Mettiamoci infine nei panni dei camionisti: mica tutti potrebbero andare a guidare i treni. E comunque questi treni sarebbero dello Stato. Guidandoli ci ricaverebbero dignitoso salario, ma non si arricchirebbero. Morirebbero di meno sul lavoro, certo, e soprattutto smetterebbero di ammazzare o di far ammazzare gente sulle strade, ma il camionista medio, per non parlare del camuno fustigato da Bocca, non ha né il cervello né il cuore così sviluppati da anteporre la vita al portafogli, né di far primeggiare l’etica sulle abitudini.

Camion, assassino e sprecone
Il camion è responsabile, come detto, di buona parte dei 9.000 morti sulle strade; abbiamo anche visto che il camion inquina moltissimo più di navi e chiatte e treni. Non bisogna calcolare soltanto il gas dei tubi di scappamento; bisogna mettere in conto anche i fumi tossici e cancerogeni delle gomme e la polvere altrettanto tossica e cancerogena dei freni. Il camion uccide non soltanto in maniera traumatica, spappolandoti con la sua massa. Ti uccide anche un poco alla volta e in maniera subdola.
In alcuni svincoli dell’hinterland milanese, dove passa il grosso dei Tir italiani, le Asl hanno riscontrato un’incidenza di malattie e morti per cancro superiore a quella riscontrata in quartieri in cui i Tir non transitano. E hanno scoperto che a far ammalare la gente sono i gas di scarico dei Tir e le loro frenate cancerogene.
Eppure l’85% delle merci in Italia viaggia sui camion.
Presento la vostra obiezione: d’accordo, i Tir avranno le loro colpe, ma in fin dei conti sono appena 200 mila; mettiamoci pure anche gli altri cinque milioni di veicoli commerciali: ma perché non prendersela prima con auto e moto, che sono 36 milioni? Ancora: perché criminalizzare camionisti che, al volante, ci stanno soltanto e sicuramente per campare, mentre milioni di automobilisti e motociclisti si promenano e inquinano per puro divertimento? Ancora: se è vero che i camion sono responsabili di una buona parte dei morti sulle strade, non è forse vero che della parte rimanente sono responsabili auto e moto?
Giusto. Ma possiamo duplicare per auto e moto quanto argomentato per i camion: se il popolo imponesse al governo di fare treni e metropolitane e tram in quantità e qualità adeguate la gente vi viaggerebbe più rapidamente e meglio che non in auto, smettendo di accopparsi sulle strade e di ammorbare tutti quanti, nonché risparmiando una barca di quattrini. Comunque sì: anche gli automobilisti e i motociclisti sono coglioni quanto i camionisti.
Però soltanto i camionisti sono talmente coglioni da osare esibirsi come eroi. Anche ieri, in Valcamonica, ho visto sfilare un corteo di camionisti: fari accesi, molti girofari roteanti sul tetto, clacson spiegati, largo, passiamo noi, i padroni della strada. Si sono diretti alla periferia di Capo di Ponte, la capitale dei graffiti, cioè delle millenarie incisioni rupestri, epperciò sedicente capitale della cultura camuna.
Qui, a un tiro di doppietta dai parchi archeologici e da una Pieve dell’XI secolo dove orchestrali in abito da sera eseguivano brani di musica classica per festeggiare il restauro degli affreschi, i camionisti camuni hanno festeggiato a birra il felice e irresponsabile status di bisonti della strada. I loro strombazzamenti – faccio casino dunque sono, direbbe un Cartesio ubriaco di birra – hanno lambito la Pieve sino a mezzanotte. E non so quanti astanti, benché conchiusi in pietre e avvolti in note propizianti l’elevazione a Dio, siano riusciti a invocare il di Lui perdono sui rumorosi povericristi da 360 e passa cavalli.

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