Già
Giorgio Bocca ebbe a inimicarseli oltre diecianni fa descrivendoli
come prepotenti e buzzurri. Parlava dei camionisti della Valcamonica,
contro la cui malacreanza era incocciato durante un viaggio di lavoro.
Li aveva descritti come irrispettosi del codice della strada nonché
della civilistica diligenza del buon padre di famiglia, che
deve valere non soltanto tra le mura domestiche, ma soprattutto
quando, per mestiere, si maneggia un bisonte di decine di tonnellate
che è strumento di lavoro quanto arma letale: si vedano le statistiche
sui 9.000 morti lanno sulle strade, molti dei quali direttamente
o indirettamente imputabili ai circa 200 mila Tir e agli altri cinque
milioni di veicoli commerciali.
Chi guida un camion non può ignorare di marciare spesso al pelo
di righe di mezzeria, di marciapiedi, di spartitraffico, di altri
veicoli; non può ignorare che, se deve frenare rapidamente per fermare
un carico di 30 tonnellate rischia di uccidere se stesso e il prossimo;
non può ignorare che, quando il carico si fa onusto ben oltre i
limiti di legge, tracimando anche le 50 tonnellate, il rischio di
investire e maciullare pedoni e ciclisti e motociclisti e automobilisti
si trasforma, prima o poi, in certezza, perché lo spazio di frenata
non è sufficiente; non può ignorare che una guida disinvolta spaventa
e condiziona la circolazione degli altri veicoli, così come una
velocità di crociera resa lenta dal sovraccarico induce gli automobilisti
pendolari a sorpassi azzardati di cui il camionista è moralmente
corresponsabile; non può ignorare, il camionista che non sia lignorante
bollato da Bocca, che un Tir inquina in maniera oscena e rovina
timpani, nervi e polmoni a quanti hanno la sventura di abitare in
borghi attraversati dalle piste camionabili; non può ignorare
che a indebitarsi oltre misura per comprare il camion e a non saper
esigere compensi adeguati poi deve correre come un pazzo 12 ore
al giorno per pagare le cambiali e che a fare le spese di questa
follia è la sicurezza di tutti; non può ignorare,
infine, che molte aziende italiane hanno abolito il proprio magazzino
per trasferirlo sui Tir: merci sempre in movimento su un sempre
maggior numero di camion, tutti condannati a correre come pazzi
per consegnare in tempo le merci alle aziende. Questo meccanismo,
chiamato just in time, ha alleggerito i costi delle aziende
ma ha condannato la società tutta a una maggiore schiavitù
ai camion.
Noi ci dissociamo dal Bocca che marchiò i camionisti camuni,
facendone la rappresentanza più negativa della categoria. No, i
camionisti camuni non meritano alcun primato di demerito: sono uguali
e precisi agli altri camionisti. Certo, ci sono, come in ogni fascio,
gli steli virtuosi. Eccezioni, però, che non assolvono né offrono
attenuanti a un ceto lavorativo che complessivamente demerita ed
è comprimario finale di unintrapresa moralmente a delinquere:
lorganizzazione di stampo paramafioso che impone il trasporto
delle merci su gomma. Vediamo come funziona.
Ogni giorno vengono spostate in Italia tonnellate di merci: dai
luoghi in cui si producono le materie prime a quelli dove vengono
lavorate (esempio: i rottami, dai demolitori alle fonderie), dai
luoghi di prima lavorazione a quelli di lavorazione successiva (le
forme di ferro dalle fonderie ai laminatoi), dai luoghi di raccolta
a quelli di distribuzione (il pesce dai pescherecci ai supermercati).
Spostare tutte queste merci ha costi economici e sociali diversi
a seconda del mezzo utilizzato. Ecco un raffronto proporzionato
dei costi:
Se usi la nave spendi, poniamo, 100 a quintale.
Se usi la chiatta fluviale spendi 200.
Se usi il treno spendi da 500 a 1.000, a seconda della lunghezza
del tragitto, su cui ammortizzi i costi per portare le merci alla
stazione ferroviaria e trasbordarle sui carri.
Se usi il camion spendi da 20.000 a 50.000.
Le differenze sono immensamente più marcate se calcoliamo anche
i costi sociali, cioè il pedaggio di morti e di feriti, nonché dinquinamento
ambientale. Replichiamo il raffronto tenendo conto di questi oneri
sociali.
La convenienza di navi e chiatte fluviali
Navi e chiatta esigono un pedaggio di morti e feriti irrisorio.
Lo dicono le statistiche: lo 0,4% dei morti sulle strade.
Risibile anche linquinamento: una nave trasporta le tonnellate
di un migliaio di camion, con punte di 3.000.
Nave e chiatta hanno un inconveniente relativo: non sono veloci.
Per questo sono utilizzate per trasportare merci che non hanno fretta
o che richiedono un trasporto molto a buon mercato. Sono adatte
a trasportare rottame o minerali o grano, non certo pesce od ortaggi.
Treno, campione di sicurezza
Il treno è in assoluto il mezzo di trasporto più sicuro sinora inventato.
I morti sono lo 0,2% di quelli sulle strade e sono imputabili quasi
sempre a violazioni del codice penale o comunque a diserzioni dei
pubblici amministratori dai loro primari doveri di tutela della
pubblica incolumità, come la mancata installazione di barriere affidabili
ai passaggi a livello, linadeguata manutenzione dei convogli
e delle strade ferrate, la mancata installazione di sistemi di sicurezza
sui treni e nelle stazioni, la soppressione del secondo macchinista,
che garantiva eventuali disattenzioni del primo. Tutte responsabilità
pubbliche che elenchiamo allo scopo di far apprezzare quanto un
elettorato meno idiota di quello italico, dunque in grado di mandare
al potere politici onesti e capaci, ridurrebbe glincidenti
ferroviari a un livello prossimo allo zero.
Quanto allinquinamento, il treno non ne provoca, se non in
maniera irrisoria. La trazione elettrica non ammorba laria,
mentre le frenate dei treni, più rare grazie alle caratteristiche
del mezzo e giacché un treno trasporta il valsente di 30 Tir (con
punte di 100), producono esclusivamente polvere di ferro che si
deposita sulla massicciata, lontano dai polmoni della gente. Ma
i moderni convogli frenati con lelettromagnete non producono
neppure questa polvere. Conclusione: il treno non inquina.
Il treno è il mezzo di trasporto più veloce. Ovviamente non considerando
laereo, che è costosissimo e dunque riservato a merci di sommo
pregio oltre che di grande fretta. Un moderno treno merci che scorra
su una rete adeguata gestita da persone perbene (che non lucrano
sulla manutenzione e sul rinnovamento del materiale fisso e rotabile)
tiene una velocità media di 250 chilometri orari. Vuol dire che
gli ortaggi della Puglia partono da Brindisi la sera, viaggiano
di notte in carri refrigerati e arrivano a Milano molto prima dellalba
successiva, in tempo per essere venduti freschi al supermercato.
Ma lutilizzo intelligente e razionale del treno in Italia
non è possibile per tre ragioni:
1. I governi, che da almeno cinquantanni sono asserviti ai
produttori di auto, hanno trascurato la manutenzione e lo sviluppo
delle strade ferrate, che dunque si sono rattrappite rispetto ai
tempi di Mussolini. Invece di allungare i binari e di raddoppiarli,
non si fa che smontarli.
2. Per la stessa ragione i governi hanno trascurato lammodernamento
dei treni. Mentre francesi, tedeschi e, da qualche anno, persino
gli spagnoli, hanno investito in convogli superveloci, lItalia
è rimasta al palo. Parliamo non soltanto dei carrimerci e delle
motrici che li trainano, ma anche dei convogli passeggeri, perché,
essendo i binari inferiori alla bisogna, un treno passeggeri che
vada piano, e dunque occupi a lungo una tratta, la preclude ai treni
merci, che così risentono anche della lentezza dei convogli
riservati ai passeggeri.
(Piccola parentesi aneddotica. Anni fa un ministro socialista volle
dimostrare che si poteva andare da Milano a Roma in quattro ore
invece che in cinque o sei. Ci riuscì: ma sgomberando tutta la linea,
in modo da riservarla al treno da quattro ore, e dunque al prezzo
di bloccare in poche settimane svariate migliaia di treni merci
nelle stazioni.)
3. La terza ragione per cui i governi hanno negletto i treni è elettorale.
Se non ci sono né navi né treni adeguati, le merci devono viaggiare
sui camion. Con soddisfazione dei milioni di elettori che sui camion
ci campano: aziende che li fabbricano, operai che ne sono al soldo,
concessionarie che li vendono, meccanici e carrozzieri che li riparano,
gommisti, camionisti (padroncini o dipendenti che siano), assicuratori.
Trasferire le merci dai camion ai treni significa scontentare un
esercito di elettori che non hanno la capacità di intravedere alternativa
occupazionale se i politici non gliela prospettano, né di accettare
un modello di sviluppo viario che implichi cambiamento di abitudini,
se il potere non ve li obbliga, né di anteporre linteresse
collettivo e i valori primari al loro personalissimo interesse e
ai loro disvalori, se non cè un governo forte e illuminato
che glielimpone.
Mettiamoci nei panni dei padroni della Fiat. Coi camion fanno soldi
a palate. Coi treni ne farebbero molto meno. O forse non ne farebbero
per niente, visto che i treni francesi e tedeschi sono di gran lunga
migliori di quelli che sa produrre la Fiat.
Mettiamoci nei panni di concessionari, meccanici, carrozzieri, gommisti
e assicuratori che sui camion (e sulle sciagure dei camionisti)
ingrassano: coi treni dovrebbero cambiare mestiere.
Mettiamoci infine nei panni dei camionisti: mica tutti potrebbero
andare a guidare i treni. E comunque questi treni sarebbero dello
Stato. Guidandoli ci ricaverebbero dignitoso salario, ma non si
arricchirebbero. Morirebbero di meno sul lavoro, certo, e soprattutto
smetterebbero di ammazzare o di far ammazzare gente sulle strade,
ma il camionista medio, per non parlare del camuno fustigato da
Bocca, non ha né il cervello né il cuore così sviluppati da anteporre
la vita al portafogli, né di far primeggiare letica sulle
abitudini.
Camion, assassino e sprecone
Il camion è responsabile, come detto, di buona parte dei 9.000 morti
sulle strade; abbiamo anche visto che il camion inquina moltissimo
più di navi e chiatte e treni. Non bisogna calcolare soltanto
il gas dei tubi di scappamento; bisogna mettere in conto anche i
fumi tossici e cancerogeni delle gomme e la polvere altrettanto
tossica e cancerogena dei freni. Il camion uccide non soltanto in
maniera traumatica, spappolandoti con la sua massa. Ti uccide anche
un poco alla volta e in maniera subdola.
In alcuni svincoli dellhinterland milanese, dove passa il
grosso dei Tir italiani, le Asl hanno riscontrato unincidenza
di malattie e morti per cancro superiore a quella riscontrata in
quartieri in cui i Tir non transitano. E hanno scoperto che a far
ammalare la gente sono i gas di scarico dei Tir e le loro frenate
cancerogene.
Eppure l85% delle merci in Italia viaggia sui camion.
Presento la vostra obiezione: daccordo, i Tir avranno le loro
colpe, ma in fin dei conti sono appena 200 mila; mettiamoci pure
anche gli altri cinque milioni di veicoli commerciali: ma perché
non prendersela prima con auto e moto, che sono 36 milioni? Ancora:
perché criminalizzare camionisti che, al volante, ci stanno soltanto
e sicuramente per campare, mentre milioni di automobilisti e motociclisti
si promenano e inquinano per puro divertimento? Ancora: se è vero
che i camion sono responsabili di una buona parte dei morti sulle
strade, non è forse vero che della parte rimanente sono responsabili
auto e moto?
Giusto. Ma possiamo duplicare per auto e moto quanto argomentato
per i camion: se il popolo imponesse al governo di fare treni e
metropolitane e tram in quantità e qualità adeguate la gente vi
viaggerebbe più rapidamente e meglio che non in auto, smettendo
di accopparsi sulle strade e di ammorbare tutti quanti, nonché
risparmiando una barca di quattrini. Comunque sì: anche gli automobilisti
e i motociclisti sono coglioni quanto i camionisti.
Però soltanto i camionisti sono talmente coglioni da osare esibirsi
come eroi. Anche ieri, in Valcamonica, ho visto sfilare un corteo
di camionisti: fari accesi, molti girofari roteanti sul tetto, clacson
spiegati, largo, passiamo noi, i padroni della strada. Si
sono diretti alla periferia di Capo di Ponte, la capitale dei graffiti,
cioè delle millenarie incisioni rupestri, epperciò sedicente capitale
della cultura camuna.
Qui, a un tiro di doppietta dai parchi archeologici e da una Pieve
dellXI secolo dove orchestrali in abito da sera eseguivano
brani di musica classica per festeggiare il restauro degli affreschi,
i camionisti camuni hanno festeggiato a birra il felice e irresponsabile
status di bisonti della strada. I loro strombazzamenti faccio
casino dunque sono, direbbe un Cartesio ubriaco di birra
hanno lambito la Pieve sino a mezzanotte. E non so quanti astanti,
benché conchiusi in pietre e avvolti in note propizianti lelevazione
a Dio, siano riusciti a invocare il di Lui perdono sui rumorosi
povericristi da 360 e passa cavalli.
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