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sabato 29 marzo 2008  

BOLIVIA

Ecco come gli Usa cospirano contro un governo colpevole di fare riforme sociali

Il governo di George Bush e la borghesia parassitaria boliviana cercano di attuare il Piano Condor II, edizione aggiornata del famigerato Piano Condor con cui furono sterminati in Sudamerica decine di migliaia di oppositori politici. Finita la stagione dei golpe alla Pinochet, gli Usa demoliscono i Paesi socialisti suscitando secessioni e cercando di replicare i genocidi scatenati nella ex Jugoslavia, in omaggio al motto Divide et impera. Ma Morales...

 

 

 

 

Nei pacati e soffici uffici del Congresso degli Stati Uniti, dove apostati della dignità del laticlavio, dolosamente smemori delle nefandezze che il governo Bush commette a Guantanamo come nei similari lager sparpagliati nel resto del mondo, mercanteggiano la loro sudditanza alle lobby di malaffare che governano il Paese, in questi uffici, dico, che sono la sentina morale dell’Occidente agiato e grasso e feroce, hanno battezzato il nuovo piano della Cia Condor II.
Nome scontato, essendo figlio del Piano Condor partorito dalla Cia negli anni Sessanta e che non fu chiamato Condor I soltanto perché né gli strateghi (come Henry Kissinger) pagati per idearlo né i senatori pagati per finanziarlo simulandone la disconoscenza pensavano ci fosse bisogno di un secondo Piano Condor.
Il Piano Condor prevedeva una sorta di società segreta, formata dalla Cia e dalle dittature che la Cia aveva issato al potere Sudamerica, per imprigionare, torturare e ammazzare chiunque le osteggiasse. In pochi lustri il Piano Condor ha imprigionato e torturato centinaia di migliaia di persone, ammazzandone svariate decine di migliaia. Le accoppavano con le tecniche più disparate: mutilandole e dissanguandole in celle segrete, arrostendole con la corrente elettrica, bruciandole vive nei forni, sciogliendole con l’acido, mitragliandole in massa e seppellendole con le ruspe in fosse comuni, caricandole su aerei e poi scaricandole nell’Oceano con una pietra al collo.
Quando ebbero macellato tutti gli oppositori tosti e svogliato i meno tosti dal contestare, i ragionieri di Washington calcolarono che era tempo di licenziare i dittatori e di assumere presidenti di repubblica e capi di governo eletti democraticamente, perché costano molto meno. Un dittatore ha bisogno di stuoli di armigeri che tengano il popolo in soggezione e lo dissuadano dall’invocare condizioni di vita migliori; un capo di Stato democraticamente eletto riesce a negare le riforme sociali invocando le sacre Regole di Mercato, che sono intoccabili, anche quando consentono al 10% della popolazione di accaparrarsi il 90% della ricchezza nazionale e dunque di condannare alla miseria nove cittadini su dieci. Così le Squadre della Morte, addestrate e armate dalla Cia a liquidare ogni oppositore, passarono la mano agli eleganti, gentili funzionari alle dipendenze dei bracci finanziari degli Stati Uniti: il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.
Questi gendarmi in doppiopetto ottenevano – e tuttora ottengono – gli stessi risultati raggiunti dalle Squadre della Morte: niente riforme sociali, niente incremento della spesa sanitaria e assistenziale pubblica, niente case popolari, niente leggi a tutela dei lavoratori. Argomentano i funzionari ai poveri: prima dovete pagare il debito che il vostro Paese ha nei confronti del resto del mondo, poi penseremo alle riforme. Ma i debiti, chissà perché, invece di calare aumentano.
Replicano i poveri: ma sono debiti che non abbiamo fatto noi, bensì i dittatori e ogni altro gestore locale che avete messo al potere. Che c’entriamo noi?
Ma i funzionari sono inflessibili: o pagate, cioè destinate a noi la quota preponderante delle vostre risorse, o vi impediremo di esportare anche un solo chicco di caffè e di importare anche una sola fiala di antibiotici: in pratica vi assedieremo e vi faremo morire di fame e malattie.
Non paghi, i funzionari in doppiopetto hanno posto altre condizioni ai governi "democraticamente eletti": vietato fare leggi che ostacolino i diritti dei soldi e delle merci nonché i diritti dei ricchi ad arricchirsi. Risultato: il passaggio dalle dittature alle repubbliche democratiche non ha migliorato di molto le condizioni di vita dei poveri del Sudamerica.
Salvo che nei Paesi dove il popolo, invece di eleggere i candidati a libropaga di Washington, ha eletto candidati indipendenti e autenticamente patrioti.
Come Evo Morales, che due anni fa ha conquistato la presidenza riscuotendo il consenso della maggioranza assoluta degli elettori. Si badi: non dei votanti, ma degli elettori. Insomma una vittoria democratica autentica. Non come quelle dei presidenti degli Stati Uniti, dove va a votare meno della metà della popolazione e dove, anche se il candidato delle lobby, quello che deve vincere, non arriva primo, lo si fa primeggiare comunque, barando sulla conta dei voti. Bush è diventato presidente proprio così: rubando due milioni di voti ad Al Gore, che era il vero vincitore. Ma torniamo alla Bolivia.
Morales vince sulla base di un programma di riforme sociali e di gestione del Paese nell’interesse primario del popolo. Così nazionalizza lo sfruttamento del gas e di altre risorse naturali, che sono la principale ricchezza del Paese. Poi annuncia la fine del latifondo: non è giusto che un pugno di redditieri fancazzisti, che hanno il solo merito di aver ereditato le terre che i loro avi rubarono ai proprietari legittimi, lascino nell’abbandono distese fertili grandi due volte la Lombardia; non è giusto che un plotone di figli di papà si accaparri, per diritto dinastico, le maggiori ricchezze del Paese; infine non è giusto che la minoranza bianca (di anima, se non anche di pelle), erede dei colonialisti, si comporti nei confronti della maggioranza indigena (india, scura come Morales) allo stesso modo con cui gli schiavisti dei secoli scorsi si comportavano con gli schiavi.
Dinanzi a un presidente tanto determinato a fare il proprio mestiere e a non prendere ordini né dai burattinai di Washington né dai burattini locali, i parassiti di sempre hanno perso la testa. Soprattutto quando, il 1° maggio 2006, Morales, nazionalizzando gli idrocarburi, ha garantito allo Stato boliviano di incassare circa l’80% dei profitti dell’estrazione del petrolio. Nello stesso mese ha annunciato una riforma agraria per ridistribuire la terra ai contadini. Sono provvedimenti che, per milioni di famiglie, significano il passaggio dalla miseria alla vita dignitosa, dalla disoccupazione all’occupazione, dalla prospettiva di morire di malattia, perché le cliniche private e le medicine nella Bolivia ante-Morales costano e sono privilegio dei ricchi, alla possibilità di curarsi gratis.
Alle multinazionali di tutto il mondo che ingrassano sulle ricchezze rubate ai boliviani si sono strette le chiappe: questo Morales minaccia di evaporare o quantomeno di ridurre le nostre rendite coloniali. Stesso panico ha preso i latifondisti e i grandi allevatori e agricoltori boliviani, nonché il resto della borghesia parassitaria. Tutti costoro hanno esortato i funzionari a fare qualcosa: fermate Morales, annullate le sue riforme sociali, anzi socialiste, se no tanto vale richiamare in servizio il Piano Condor.
Ma non è più stagione di dittature: vanno puntellate di eserciti folti e costosi e i generalissimi sono bestie fameliche da alimentare con bustarelle ormai difficili da riempire. Gli Usa hanno le casse vuote, anzi sono talmente indebitati che qualcuno gli vaticina il tracollo; comunque già boccheggiano a mantenere i loro eserciti di occupazione in Iraq e Afghanistan. Non ci sono soldi per una nuova guerra coloniale in Sudamerica. Meglio piegare i Morales con altri mezzi.
Cioè con il Piano Condor II, che è la versione andina del Piano di Frazionamento della Jugoslavia, concepito per eliminare dall’Europa l’unico Paese non prono agli Stati Uniti; un Piano realizzato, sia doverosamente rimarcato per inciso - anche con la collaborazione dell’esercito italiano.
Ecco le fasi previste da Condor II.
Fase 1
L’ambasciatore degli Stati Uniti in Colombia contatta i governatori delle quattro province (sulle nove complessive del Paese) dominate dai ricchi bianchi e che ovviamente non hanno votato per Morales. Le quattro regioni sono: Santa Cruz de la Sierra e Tarija (entrambe ricche di gas), poi Beni e Pando.
L’ambasciatore, con soldi e prospettiva di altri soldi, induce i quattro governatori a rivendicare maggiore autonomia dal governo statale.
Fase 2
È scattata nel novembre scorso. In parte investendo soldi propri (con la prospettiva di rendimenti più che adeguati), in parte mettendoci quelli degli americani, i governatori delle quattro province formano e pagano sottobanco associazioni, partiti e sodalizi che scendono in piazza a manifestare per l’autonomia. Vengono inalberati cartelli del tipo: Vogliamo l’autonomia della nostra provincia. In poche settimane, a misura in cui latifondisti, industriali e finanziari arruolano nuovi agitatori, le manifestazioni si punteggiano di slogan e cartelli inediti: Vogliamo l’indipendenza della nostra provincia.
La mafia della stampa capitalista, ramificata in tutto il Sudamerica e forte anche in Bolivia, fa da grancassa alle aspirazioni dei manifestanti, che parlano di diritto all’indipendenza dei popoli e invocano una secessione come quelle delle province della Jugoslavia, che hanno dato vita a Stati indipendenti. I governatori ribelli gestiscono province in cui risiede il 35% della popolazione complessiva della Bolivia, che è di 8 milioni e mezzo. Tra le rivendicazioni dei ribelli: tenere per sé il 70% del gettito fiscale (invece del 35%, come un riparto proporzionato alla demografia suggerirebbe) e costituire una polizia propria. Pretese assurde e incompatibili con l’integrità della Bolivia; neppure Umberto Bossi, il finto secessionista italiano, ha mai sparato, nelle fanfaronate elettorali, l’idea di trasferire i carabinieri del Nord agli ordini della Lega!
Ovvio che Morales reagisca. Ammonisce: l’integrità della Bolivia non si tocca. Le risorse naturali concentrate nelle quattro province guidate da governatori ribelli sono un patrimonio di tutto il popolo boliviano, anche degli indios che hanno subito nei secoli scorsi l’ingiustizia di essere relegati nelle regioni più povere, giacché i colonialisti e i loro lacchè locali li hanno cacciati da quelle ricche.
Fase 2 bis
Non era prevista, giacché gli estensori di Condor II davano per scontato che Morales avrebbe reagito alle provocazioni dei governatori ribelli mobilitando l’esercito e dunque creando un clima conflittuale che gli Usa avrebbero denunciato all’Onu come un prodromo di guerra civile. Il tal caso avrebbero spedito i loro soldati a dar manforte agli agitatori camuffati da indipendentisti, esattamente come fecero e continuano a fare con gli agitatori stipendiati nella ex Jugoslavia e negli ex Paesi dell’Est.
Ma Morales non casca nella trappola. Al contrario: proprio ieri, nell’intervista alla televisione Aljazeera di cui sotto riferiamo, il presidente boliviano ha dichiarato di cercare il dialogo con i governatori delle quattro province ribelli, convincendoli che tradire il proprio Paese alleandosi a una potenza straniera ansiosa di mutilarlo è rischioso soprattutto per i traditori: col clima socialisteggiante che spira in Bolivia e anche nel resto del Sudamerica rischiano di dover rendere conto direttamente al popolo, prima che a Morales, e il popolo, se lo fai incazzare, è capace d’impiccarti senza processo.
Anche perché i boliviani debbono ancora smaltire l’incazzatura provocata da un processo penale iniziato nell’estate scorsa. Imputati: tre ex ministri dell’ex presidente Gonzalo Sanchez, un corrotto issato al potere dagli Stati Uniti, dove è fuggito per sottrarsi alla giustizia della Bolivia di Morales I tre sono: Yerko Kukoc, Erick Reyes Villa e Guido Añez. L’accusa: nell’ottobre 2003 (battezzato Ottobre nero) hanno represso le proteste popolari, alimentate dal malgoverno, a suon di retate, imprigionamenti arbitrari, torture e mitragliate, uccidendo 60 persone. Secondo il magistrato Milton Mendoza, che sostiene la pubblica accusa, sono colpevoli di genocidio, omicidio, ferite gravi, torture e saccheggio delle finanze pubbliche.
Mendoza ha dimostrato che hanno sottratto alla Banca Centrale di Bolivia almeno 16 milioni di bolivianos (il valsente di due milioni di dollari) ma sta indagando su altri 100 milioni di dollari misteriosamente accreditati sui conti esteri dei tre ex ministri.
Sul banco degli imputati dovrebbe sedere anche il presidente Sanchez, l’ex presidente, ma gli Stati Uniti si rifiutano di concedere l’estradizione: sostengono che è un rifugiato politico, uno status protettivo che il governo di Washington concede ai peggiori criminali purché anticomunisti: vivono agiatamente a Miami, per esempio, i terroristi reo confessi che andarono a far scoppiare bombe a Cuba, uccidendo passanti.
Insomma la borghesia boliviana, compromessa com’è con Ottobre nero e dunque odiata dalla maggioranza del popolo, dovrebbe andare cauta nel farlo ulteriormente incavolare.
Morales cercherà di dissuadere i governatori ribelli anche con quest’altro argomento: persino dal punto di vista del profitto tornare sotto il tacco degli Usa non vi conviene: significa regredire a colonia, cioè lasciare ai colonialisti forestieri la parte più grossa della torta.
Fase 3
L’ambasciatore degli Stati Uniti in Bolivia, che sinora ha maneggiato dietro le quinte, scende direttamente in campo per gonfiare l’opposizione a Morales, per batterlo sul suo stesso terreno: quello della democrazia. L’ambasciatore di chiama Philip S. Goldberg ed è stato spedito in Bolivia da Bush nel settembre di due anni fa. Cosa ce l’abbia mandato a fare lo dice il curricolo di Goldberg: si è fatto le ossa nella missione degli Stati Uniti a Pristina, la capitale del Kosovo, dove ha fomentato la secessione di questa provincia dalla Serbia. In precedenza aveva lavorato all’ambasciata di Santiago, capitale del Cile, per assicurarsi che la transizione dalla dittatura alla democrazia non ledesse gli interessi degli Stati Uniti. Ha inoltre lavorato nelle ambasciate di Bogotà (Colombia) e di Pretoria (Sudafrica). La sua conoscenza dello spagnolo, nonché la notevole disponibilità di denaro che è autorizzato a investire nell’operazione Condor II, gli consentono di arruolare direttamente i capintesta dei futuri golpisti (o secessionisti: nel Piano Condor II si usano entrambi i termini). Però esagera: come dettagliamo nell’articolo sotto, ha tentato di arruolare anche un amico di Morales, che fa il sindaco e che, da bravo cittadino, è andato a riferire tutto al suo amico e presidente della repubblica.
Gli uomini di Goldberg non hanno difficoltà ad arruolare agitprop da schierare in piazza contro Morales e, in prospettiva, da armare, come hanno armato i mercenari di ogni Rivoluzione Arancione o comunque cromaticamente definita. Se arruolare un manifestante in Ucraina costa 3.000 dollari al mese, in Bolivia ne costa mille, perché qui la vita è meno cara e le paghe sono molto più basse. I boliviani senz’anima e irretiti dal consumismo sono tentati.

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