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24 aprile 2007  
 

PATTUME EDITORIALE & MALASANITÀ

Ecco che succede quando le lettrici idiote dei giornali idioti di Berluska hanno bisogno del medico

C’è un filo nero che cuce l’attività editoriale del Cavaliere alla riforma universitaria del governo passato e alla riforma sanitaria di quello attuale.

 

 

 

 

Tra i molti panni professionali calzati da Silvio Berlusconi c’è quello di editore cartaceo. Iniziò infiltrandosi nel Giornale di Indro Montanelli, editore-direttore tanto bravo a cantare le lodi del liberismo quanto pasticcione a declinarlo contabilmente. Fu facile, a un Silvio Berlusconi furbo come un padrino perbene e forse, secondo alcuni magistrati, foraggiato da padrini veri e permale, crescere, da socio di minoranza del Giornale, a socio leonino.
Ritrovandosi padrone assoluto di questa testata e non riuscendo ad asservire completamente ai propri interessi il direttore Montanelli, ve lo estromise.
Quando un politico rompiscatole rilevò l’illegale concentrazione, nelle mani di Berluska, della proprietà di tre reti televisive (cioè la quasi totalità dell’emittenza privata) e di un quotidiano, Berluska cedette la formale proprietà del Giornale al fratello Paolo. Una formalità di cui il governo dell’epoca – siamo negli anni Ottanta, nel pieno della marcescenza craxiano-democristiana – fu pago, ma che cionondimeno espose l’Italietta dei furbi alla rampogna dell’Italia degli onesti e l’Italia tutta (perbene e permale) al dileggio degli Stati civili: non c’è peggior insulto alla legge che onorarne l’involucro per negarne la sostanza.
A disdoro del passaggio di proprietà da Silvio a Paolo, il Giornale rimase – e rimane oggi – la cassa di risonanza di Silvio, che ha cura di farlo timonare da propri zerbini. Ho lavorato due mesi in questo quotidiano, e per 60 giorni ho constatato l’acritica, umiliante, ossequente subordinazione della redazione tutta alle direttive di padron Silvio Berlusconi (Silvio, non Paolo), che metteva quotidianamente becco (direttamente o tramite ascari) nella confezione del giornale.
Ma il gran balzo di Berluska nell’editoria avviene ai primi anni Novanta. Quando i suoi avvocati corrompono i magistrati per consentire a Silvio Berlusconi di sottrarre l’Arnoldo Mondadori Editore a colui che, in mancanza di tale corruzione, ne sarebbe diventato il legittimo proprietario: Carlo De Benedetti. Gli avvocati corruttori per conto di Berlusconi e i magistrati che si fecero corrompere coi soldi di Berlusconi per favorire Berlusconi sono stati tutti condannati a consistenti pene detentive e con sentenze passate in giudicato. Ma non è stato condannato Berlusconi: è stato salvato dalla prescrizione, giacché i magistrati non lo accusavano di aver corrotto direttamente i magistrati, ma soltanto (!) di aver dato ai propri avvocati i soldi per corromperli. Un distinguo che, giusta illode a codici spagnoleschi, gli ha regalato, insieme a un periodo di prescrizione più corto, la non processabilità. Per cui da oltre dieci anni Berluska pilota legalmente un impero editoriale conquistato esclusivamente grazie alla corruzione, anche se nessuno può accusarlo di essere (stato) un corruttore.
Però si può accusarlo – con la pertinenza e la cognizione di causa di chi alla Mondadori lavora da oltre vent’anni, dunque da prima della colonizzazione berlusconiana – di gestire la Mondadori con sprezzo dell’etica imprenditoriale. Sforna esclusivamente periodici ligi a due direttive: calamitare inserzionisti pubblicitari e cantare le lodi di se stesso.
Se parlar sempre bene del padrone è, per uno scribacchino senza scrupoli, facile, bastando gettare alle ortiche la deontologia e la dignità professionale, per contro attirare gli inserzionisti è un pochino più difficile: non basta tesserne le lodi (fargli marchette, in gergo). Bisogna anche che le lodi siano lette da un numero adeguato di lettori, perché è a questo numero che si correla il prezzo dello spazio pubblicitario e di conseguenza il profitto di padron Berluska.
Dunque la Mondadori non vende informazione e formazione ai lettori dei propri periodici, ma vende i lettori dei propri periodici agli inserzionisti pubblicitari. E i lettori più ambiti dalla pubblicità sono quelli più sensibili alle sue sirene consumistiche; quelli più deculturati, più acritici, più creduloni, più ingenui, più psicologicamente fragili, più influenzabili, più irretibili da slogan pubblicitari, che sono insensate esortazioni ad acquistare questo e quello.
Selezionare un lettorato di idioti implica sfornare giornali altrettali. Confezionati da scribacchini che, se proprio e tutti idioti non sono, con gli idioti devono essere in sintonia, per coglierne aspirazioni e capirne la psicologia elementare, infantile, ai limiti del patologico e oltre.
La tecnica più diffusa d’irretimento d’idioti consiste nel titillarne la propensione a rifugiarsi nell’onirico, nel miracolistico, nell’illusione che la soluzione di ogni problema sia a portata di mano, basta trovare la strada per afferrarla. Una strada che i patinati di Berluska indicano. Un’illusione che va a braccetto con una pulsione connessa all’indole del consumatore, non del cittadino: quella di giustificare inconsciamente l’acquisto del periodico con la convenienza. Compro Semprebella perché, oltre a divertirmi, a raccontarmi soltanto cosine semplici che non mi fanno pensare, oltre a cavalcare e legittimare i miei istinti fanciulleschi e belluini, mi insegna a cucinare, a tenermi in forma, a curarmi le malattie…
Stop: è alle malattie che vogliamo arrivare. Le lettrici di rotocalchi idioti (Berluska sforna soprattutto periodici per femmine) esigono soluzioni semplici, liete, festose. Una persona malata normale chiede consigli e terapie a un medico. Una persona malata e consumatrice dei rotocalchi stile Mondadori (il discorso vale per tutti gli editori del genere), si aspetta di leggere la propria diagnosi sul periodico preferito. E dev’essere sempre diagnosi benigna, speranzosa. Le rubriche di salute dei periodici Mondadori sono dispensatrici di amenità miracolistiche, capaci di lenire e guarire ogni patologia, ricorrendo ai rimedi predicati dai santoni della new age al soldo delle multinazionali della cosmesi, dell’industria dei farmaci da banco (per i quali non occorre prescrizione medica), delle fattorie della bellezza, dei centri estetici, delle palestre, degli attrezzi ginnici, dei balsamici e assolati alberghi a nove stelle, dell’abbigliamento che smagrisce, rassoda e fa bella, dei riti magici a base d’incenso e gestualità ispirate, della fuga della realtà, della rinuncia al raziocinio. [1]
Tutto ciò alimenta un business che, eticamente, configura i misfatti del plagio, della diffusione di notizie false e tendenziose, della pubblicità camuffata da articoli indipendenti, della circonvenzione d’incapace, del rincoglionimento collettivo.
Anni e anni di questa predicazione allevano generazioni di donne (e di uomini) tossico-media-dipendenti: assuefatti a messaggi pseudoinformativi che in realtà sono una miscela degenere di evasione irrazionale, abiura etica, disimpegno civile e consumismo infinito e fine a se stesso. Sono perché non penso, sono perché rido e mi diverto, sono perché compro.
Finché questo popolo ridens approda in ospedale. Tempio della scienza e della razionalità, dove la finzione e la menzogna sono bandite. La consumatrice di rotocalchi-cataloghi si smarrisce: perché nessuno mi dice che sono sempre sana e bella? Dov’è il mago che risolve il mio problema?
No, non è questo l’ospedale che l’eterna fanciulla, viaticata dai rotocalchi di Berluska & Simili Editori, si aspettava di trovare. Così la poveretta invoca ospedale diverso, dove tutti siano gentili, rincuoranti, amici, venditori e soprattutto guaritori. Non basta comprare la medicina giusta o andare dallo specialista giusto per risolvere un malanno?
Era ovvio che i marpioni dell’economia e della politica sfruttassero questo popolo di allocche anche sul fronte ospedaliero.
Così una riforma iniziata dal governo Berluska (con la scemenza delle lauree e brevi e lo sdoganamento della medicina alternativa, cioè truffaldina) e continuata dal governo Prodi (privatizzazione degli ospedali pubblici e annientamento delle gerarchie scientifiche) ha ridimensionato il ruolo dei medici ospedalieri, rei di deludere, con le loro diagnosi non sempre fauste e coi loro modi non adeguatamente servili al profitto, il popolo della malate fanciulle consumatrici. La responsabilità clinica e terapeutica del reparto non è più del primario e del suo staff di medici. No, passa al clan delle infermiere, innalzate da una laurea breve a rango di dottori. Ma dottori incompetenti di medicina, dunque venditori dei prodotti e dei servizi più remunerativi per l’ospedale, svilito ad azienda con fine di lucro.
Il miracolo delle lauree brevi, integrate da corsi di formazione professionale che non insegnano nulla e servono soprattutto ad arricchire chi li organizza (sindacati, partiti, comitati elettorali camuffati da sodalizi socialmente meritori), ha emarginato una classe di medici quantomeno competenti, se non sempre prioritariamente tesi alla salute del paziente.
Adesso i medici sono comandati a fare i dirigenti amministrativi. La gestione dei reparti è affidata a infermieri-dottori; persino la gestione dei blocchi operatori è affidata a infermieri con laurea breve. Persino nei reparti psichiatrici il timone è stato sottratto a laureati in psichiatria per essere passato a psicologi-manager, che di medicina sanno ben poco. Eppure (come ha rilevato Mario Pirani sulla Repubblica di ieri) ci sono almeno 64 patologie fisiche che possono causare sindromi psichiatriche.
Ma se gli infermieri smettono di fare il loro lavoro per appropriarsi di quello dei medici, chi fa il lavoro degli infermieri? Chi si occupa dei bisogni minuti e quotidiani dei malati in corsia?
Se ne occupano gli inservienti, cioè i nettacessi e svuotapadelle, dopo un corso di addestramento organizzato dai sindacati Cgil, Cisl e Uil, che in questo business hanno trovato ampio compenso al mancato introito delle tessere degli iscritti (ormai costituiti soprattutto da pensionati) e pingue guiderdone alla loro complicità con un regime che asservisce la sanità pubblica alla speculazione privata.

[1]
I giornali ultrapopolari della Mondadori di Berlusconi, destinati a donne di scarsa cultura e infantilmente sognatrici, come Sorrisi e canzoni, Tu e Confidenze, ospitano stabilmente la pubblicità di maghi, santoni, fantucchiere, consulenti in amore e via elencando cialtroni. Ed è significativo che, quantomeno negli ultimi 20 anni, né i giornalisti singolarmente né il loro sindacato abbia mai preteso dall’editore di bandire questo genere di pubblicità. Unica eccezione (per quanto ci consta) una lettera del 23 gennaio 2004, inviata da me per e-mail dalla sede della Mondadori di Segrate e che riproduco:

A Massimo Donelli
direttore di Sorrisi e canzoni
donelli@mondadori.it

A Giordana Masotto
direttore di Tu
masotto@mondadori.it

A Cristina Magnaschi
direttore di Confidenze
cristina.magnaschi@mondadori.it


A Roberto Briglia
dirigente incaricato periodici
briglia@mondadori.it

e p.c.
Maurizio Costa
amministratore delegato Arnoldo Mondadori Editore
ceo@mondadori.it

Gentili signore, gentili signori,
con estremo rammarico devo muovervi un rimarco con la duplice finalità di tenere alto l’onore editoriale della nostra Casa e di scongiurare alla medesima eventuali danni d’immagine e fors’anche patrimoniali.
Mi rivolgo a voi, oltre che in veste di lavoratore dipendente, in quelle di redattore deontologicamente illibato, di presidente del Movimento Giornalisti Etici (glorioso facitore del giornale aziendale La Smonda, oltre che di altre testate telematiche, tutte esclusiva espressione d’impegno civile, estranee a ogni tornaconto) e di cittadino responsabile.
Al dunque: su tre testate del gruppo editoriale Mondadori (Sorrisi e canzoni, Tu e Confidenze) noto la presenza di pubblicità di maghi, ciarlatani, cartomanti e via elencando profittatori della credulità popolare. Si tratta d’inserzioni che sviliscono il rango di testate finalizzate - mi piace supporre - anche a contribuire alla crescita morale e civile della società; che offuscano la reputazione di ogni giornalista ligio agl’imperativi morali dell’Ordine professionale; che, giusta lode anche all’iniziativa che noi giornalisti etici stiamo per intraprendere, potrebbero essere rubricate da qualche magistrato come complicità in intraprese truffaldine, giacché il raggiro dei semplici costituisce un reato.
Attendo mi venga comunicata la cessazione immediata di questo genere di pubblicità.
Cordiali saluti
Gian Carlo Scotuzzi
Segrate, 23 gennaio 2004

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