Tra
i molti panni professionali calzati da Silvio Berlusconi cè
quello di editore cartaceo. Iniziò infiltrandosi nel Giornale
di Indro Montanelli, editore-direttore tanto bravo a cantare le
lodi del liberismo quanto pasticcione a declinarlo contabilmente.
Fu facile, a un Silvio Berlusconi furbo come un padrino perbene
e forse, secondo alcuni magistrati, foraggiato da padrini veri e
permale, crescere, da socio di minoranza del Giornale, a
socio leonino.
Ritrovandosi padrone assoluto di questa testata e
non riuscendo ad asservire completamente ai propri interessi il
direttore Montanelli, ve lo estromise.
Quando un politico rompiscatole rilevò lillegale concentrazione,
nelle mani di Berluska, della proprietà di tre reti televisive
(cioè la quasi totalità dellemittenza privata)
e di un quotidiano, Berluska cedette la formale proprietà
del Giornale al fratello Paolo. Una formalità di cui
il governo dellepoca siamo negli anni Ottanta, nel
pieno della marcescenza craxiano-democristiana fu pago, ma
che cionondimeno espose lItalietta dei furbi alla rampogna
dellItalia degli onesti e lItalia tutta (perbene e permale)
al dileggio degli Stati civili: non cè peggior insulto
alla legge che onorarne linvolucro per negarne la sostanza.
A disdoro del passaggio di proprietà da Silvio a Paolo, il
Giornale rimase e rimane oggi la cassa di risonanza
di Silvio, che ha cura di farlo timonare da propri zerbini. Ho
lavorato due mesi in questo quotidiano, e per 60 giorni ho constatato
lacritica, umiliante, ossequente subordinazione della redazione
tutta alle direttive di padron Silvio Berlusconi (Silvio, non Paolo),
che metteva quotidianamente becco (direttamente o tramite ascari)
nella confezione del giornale.
Ma il gran balzo di Berluska nelleditoria avviene ai primi
anni Novanta. Quando i suoi avvocati corrompono i magistrati per
consentire a Silvio Berlusconi di sottrarre lArnoldo Mondadori
Editore a colui che, in mancanza di tale corruzione, ne sarebbe
diventato il legittimo proprietario: Carlo De Benedetti. Gli avvocati
corruttori per conto di Berlusconi e i magistrati che si fecero
corrompere coi soldi di Berlusconi per favorire Berlusconi sono
stati tutti condannati a consistenti pene detentive e con sentenze
passate in giudicato. Ma non è stato condannato Berlusconi:
è stato salvato dalla prescrizione, giacché i magistrati
non lo accusavano di aver corrotto direttamente i magistrati, ma
soltanto (!) di aver dato ai propri avvocati i soldi per corromperli.
Un distinguo che, giusta illode a codici spagnoleschi, gli ha regalato,
insieme a un periodo di prescrizione più corto, la non processabilità.
Per cui da oltre dieci anni Berluska pilota legalmente un impero
editoriale conquistato esclusivamente grazie alla corruzione, anche
se nessuno può accusarlo di essere (stato) un corruttore.
Però si può accusarlo con la pertinenza e la
cognizione di causa di chi alla Mondadori lavora da oltre ventanni,
dunque da prima della colonizzazione berlusconiana di gestire
la Mondadori con sprezzo delletica imprenditoriale. Sforna
esclusivamente periodici ligi a due direttive: calamitare inserzionisti
pubblicitari e cantare le lodi di se stesso.
Se parlar sempre bene del padrone è, per uno scribacchino
senza scrupoli, facile, bastando gettare alle ortiche la deontologia
e la dignità professionale, per contro attirare gli inserzionisti è
un pochino più difficile: non basta tesserne le lodi (fargli
marchette, in gergo). Bisogna anche che le lodi siano lette
da un numero adeguato di lettori, perché è a questo
numero che si correla il prezzo dello spazio pubblicitario e di conseguenza
il profitto di padron Berluska.
Dunque la Mondadori non vende informazione e formazione ai lettori
dei propri periodici, ma vende i lettori dei propri periodici agli
inserzionisti pubblicitari. E i lettori più ambiti dalla
pubblicità sono quelli più sensibili alle sue sirene
consumistiche; quelli più deculturati, più acritici,
più creduloni, più ingenui, più psicologicamente
fragili, più influenzabili, più irretibili da slogan
pubblicitari, che sono insensate esortazioni ad acquistare questo
e quello.
Selezionare un lettorato di idioti implica sfornare giornali altrettali.
Confezionati da scribacchini che, se proprio e tutti idioti non
sono, con gli idioti devono essere in sintonia, per coglierne aspirazioni
e capirne la psicologia elementare, infantile, ai limiti del patologico
e oltre.
La tecnica più diffusa dirretimento didioti consiste
nel titillarne la propensione a rifugiarsi nellonirico, nel
miracolistico, nellillusione che la soluzione di ogni problema
sia a portata di mano, basta trovare la strada per afferrarla. Una
strada che i patinati di Berluska indicano. Unillusione che
va a braccetto con una pulsione connessa allindole del consumatore,
non del cittadino: quella di giustificare inconsciamente lacquisto
del periodico con la convenienza. Compro Semprebella perché,
oltre a divertirmi, a raccontarmi soltanto cosine semplici che non
mi fanno pensare, oltre a cavalcare e legittimare i miei istinti
fanciulleschi e belluini, mi insegna a cucinare, a tenermi in forma,
a curarmi le malattie
Stop: è alle malattie che vogliamo arrivare. Le lettrici
di rotocalchi idioti (Berluska sforna soprattutto periodici per
femmine) esigono soluzioni semplici, liete, festose. Una persona
malata normale chiede consigli e terapie a un medico. Una persona
malata e consumatrice dei rotocalchi stile Mondadori (il discorso
vale per tutti gli editori del genere), si aspetta di leggere la
propria diagnosi sul periodico preferito. E devessere sempre
diagnosi benigna, speranzosa. Le rubriche di salute dei periodici Mondadori sono dispensatrici di amenità miracolistiche,
capaci di lenire e guarire ogni patologia, ricorrendo ai rimedi
predicati dai santoni della new age al soldo delle multinazionali
della cosmesi, dellindustria dei farmaci da banco (per i
quali non occorre prescrizione medica), delle fattorie della bellezza,
dei centri estetici, delle palestre, degli attrezzi ginnici, dei
balsamici e assolati alberghi a nove stelle, dellabbigliamento
che smagrisce, rassoda e fa bella, dei riti magici a base dincenso
e gestualità ispirate, della fuga della realtà, della
rinuncia al raziocinio. [1]
Tutto ciò alimenta un business che, eticamente, configura
i misfatti del plagio, della diffusione di notizie false e tendenziose,
della pubblicità camuffata da articoli indipendenti, della
circonvenzione dincapace, del rincoglionimento collettivo.
Anni e anni di questa predicazione allevano generazioni di donne
(e di uomini) tossico-media-dipendenti: assuefatti a messaggi pseudoinformativi
che in realtà sono una miscela degenere di evasione irrazionale,
abiura etica, disimpegno civile e consumismo infinito e fine a se
stesso. Sono perché non penso, sono perché rido
e mi diverto, sono perché compro.
Finché questo popolo ridens approda in ospedale. Tempio della
scienza e della razionalità, dove la finzione e la menzogna
sono bandite. La consumatrice di rotocalchi-cataloghi si smarrisce:
perché nessuno mi dice che sono sempre sana e bella? Dovè
il mago che risolve il mio problema?
No, non è questo lospedale che leterna fanciulla,
viaticata dai rotocalchi di Berluska & Simili Editori, si aspettava
di trovare. Così la poveretta invoca ospedale diverso, dove
tutti siano gentili, rincuoranti, amici, venditori e soprattutto guaritori. Non basta comprare la medicina giusta o andare dallo specialista giusto
per risolvere un malanno?
Era ovvio che i marpioni delleconomia e della politica sfruttassero
questo popolo di allocche anche sul fronte ospedaliero.
Così una riforma iniziata dal governo Berluska (con la scemenza
delle lauree e brevi e lo sdoganamento della medicina alternativa,
cioè truffaldina) e continuata dal governo Prodi (privatizzazione
degli ospedali pubblici e annientamento delle gerarchie scientifiche)
ha ridimensionato il ruolo dei medici ospedalieri, rei di deludere,
con le loro diagnosi non sempre fauste e coi loro modi non adeguatamente
servili al profitto, il popolo della malate fanciulle consumatrici.
La responsabilità clinica e terapeutica del reparto non è
più del primario e del suo staff di medici. No, passa al
clan delle infermiere, innalzate da una laurea breve a rango di
dottori. Ma dottori incompetenti di medicina, dunque venditori dei
prodotti e dei servizi più remunerativi per lospedale,
svilito ad azienda con fine di lucro.
Il miracolo delle lauree brevi, integrate da corsi di formazione
professionale che non insegnano nulla e servono soprattutto ad arricchire
chi li organizza (sindacati, partiti, comitati elettorali camuffati
da sodalizi socialmente meritori), ha emarginato una classe di medici
quantomeno competenti, se non sempre prioritariamente tesi alla
salute del paziente.
Adesso i medici sono comandati a fare i dirigenti amministrativi.
La gestione dei reparti è affidata a infermieri-dottori;
persino la gestione dei blocchi operatori è affidata a infermieri
con laurea breve. Persino nei reparti psichiatrici il timone è
stato sottratto a laureati in psichiatria per essere passato a psicologi-manager,
che di medicina sanno ben poco. Eppure (come ha rilevato Mario Pirani
sulla Repubblica di ieri) ci sono almeno 64 patologie fisiche
che possono causare sindromi psichiatriche.
Ma se gli infermieri smettono di fare il loro lavoro per appropriarsi
di quello dei medici, chi fa il lavoro degli infermieri? Chi si
occupa dei bisogni minuti e quotidiani dei malati in corsia?
Se ne occupano gli inservienti, cioè i nettacessi e svuotapadelle,
dopo un corso di addestramento organizzato dai sindacati Cgil, Cisl
e Uil, che in questo business hanno trovato ampio compenso al mancato
introito delle tessere degli iscritti (ormai costituiti soprattutto
da pensionati) e pingue guiderdone alla loro complicità con
un regime che asservisce la sanità pubblica alla speculazione
privata.
[1]
I giornali ultrapopolari della Mondadori di Berlusconi, destinati a donne di scarsa cultura e infantilmente sognatrici, come Sorrisi e canzoni, Tu e Confidenze, ospitano stabilmente la pubblicità di maghi, santoni, fantucchiere, consulenti in amore e via elencando cialtroni. Ed è significativo che, quantomeno negli ultimi 20 anni, né i giornalisti singolarmente né il loro sindacato abbia mai preteso dall’editore di bandire questo genere di pubblicità. Unica eccezione (per quanto ci consta) una lettera del 23 gennaio 2004, inviata da me per e-mail dalla sede della Mondadori di Segrate e che riproduco:
A Massimo Donelli
direttore di Sorrisi e canzoni
donelli@mondadori.it
A Giordana Masotto
direttore di Tu
masotto@mondadori.it
A Cristina Magnaschi
direttore di Confidenze
cristina.magnaschi@mondadori.it
A Roberto Briglia
dirigente incaricato periodici
briglia@mondadori.it
e p.c.
Maurizio Costa
amministratore delegato Arnoldo Mondadori Editore
ceo@mondadori.it
Gentili signore, gentili signori,
con estremo rammarico devo muovervi un rimarco con la duplice finalità di tenere alto l’onore editoriale della nostra Casa e di scongiurare alla medesima eventuali danni d’immagine e fors’anche patrimoniali.
Mi rivolgo a voi, oltre che in veste di lavoratore dipendente, in quelle di redattore deontologicamente illibato, di presidente del Movimento Giornalisti Etici (glorioso facitore del giornale aziendale La Smonda, oltre che di altre testate telematiche, tutte esclusiva espressione d’impegno civile, estranee a ogni tornaconto) e di cittadino responsabile.
Al dunque: su tre testate del gruppo editoriale Mondadori (Sorrisi e canzoni, Tu e Confidenze) noto la presenza di pubblicità di maghi, ciarlatani, cartomanti e via elencando profittatori della credulità popolare. Si tratta d’inserzioni che sviliscono il rango di testate finalizzate - mi piace supporre - anche a contribuire alla crescita morale e civile della società; che offuscano la reputazione di ogni giornalista ligio agl’imperativi morali dell’Ordine professionale; che, giusta lode anche all’iniziativa che noi giornalisti etici stiamo per intraprendere, potrebbero essere rubricate da qualche magistrato come complicità in intraprese truffaldine, giacché il raggiro dei semplici costituisce un reato.
Attendo mi venga comunicata la cessazione immediata di questo genere di pubblicità.
Cordiali saluti
Gian Carlo Scotuzzi
Segrate, 23 gennaio 2004
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