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5 aprile 2007  
 

MALASANITÀ

Angherie delle Asl sui medici della mutua

Direttive criminali e controlli umilianti allo scopo di negare le cure a chi non può pagarle di tasca propria.

 

 

 

 

Conosco un medico della mutua molto perbene. Lavora a tempo pieno per l’Asl di Milano. Ambulatorio, visite a domicilio dei pazienti, casa. Lo stipendio dell’Asl è il suo unico cespite professionale.
Non bazzica le cliniche private, non pretesta una qualche specializzazione per farsi pagare le visite. Come invece usano altri medici della mutua che pure ho conosciuto: uno, per esempio, di secondo lavoro fa il dietologo (120 euro a consulto), un’altra prescrive esercizi ginnici così particolari che per farli bene devi andare nella palestra di suo marito (900 euro l’anno), un altro ancora fa addirittura il dentista, come seconda attività, ed è certamente casuale che moltissimi suoi pazienti soffrano di malattie che, per quanto varie e dislocate in tutto il corpo, traggono beneficio da una sistemazione dei denti.
Il medico perbene di cui parlo non fa neppure il comparaggio. Cioè non prende soldi dalle industrie farmaceutiche a corrispettivo di prescrizioni di farmaci che altrimenti non prescriverebbe. E neppure accetta regali o favori o prebende né dai pazienti né dai Signori del Farmaco. Di cui a
nzi mette in riga i commessi viaggiatori (pomposamente etichettati informatori scientifici del farmaco). Fuori dal suo ambulatorio un cartello ammonisce: Non si ricevono più di due informatori scientifici al giorno.
Il medico perbene di cui parlo è professionalmente rigoroso e umanamente schietto: ti diagnostica senza peli sulla lingua e ti consiglia eventuali ulteriori percorsi diagnostici e terapeutici con esclusivo riguardo alla tua salute.
Per esempio, ti suggerisce di rivolgerti alla tal struttura pubblica, assai più affidabile di altre private, che pure ti tentano con orpelli alberghieri e lusinghe miracolistiche. Inciso non marginale: gli ambulatori, gli specialisti e gli ospedali che ti consiglia, essendo pubblici, sono gratuiti.
E se hai bisogno di un esame o di una visita o di un intervento urgente, come la mettiamo con le liste d’attesa che piagano gli ospedali pubblici? Mica puoi aggravarti o morire giusto per non dare soddisfazione economica a una clinica privata o a un cialtrone di specialista, no?
No di certo. Il medico perbene di cui parlo, se decide che il tuo caso è urgente, appiccica sulla tua prescrizione di esami o di visita o di ricovero il cosiddetto bollino verde. E con questa pecetta adesiva ogni struttura pubblica è obbligata a farti gli esami o a visitarti o a ricoverarti entro tre giorni. Addio code di mesi. O addirittura di oltre un anno, come succede allo Ieo (Istituto Europeo Oncologico), feudo di quel professor Umberto Veronesi che quando fa il divo in tivù sembra che, in caso di bisogno, sia pronto a visitarti e a ricoverarti e a operarti anche domattina.
Chiedo al mio medico perbene: Ma se per garantire diagnosi e cure solerti nei casi urgenti basta appiccare sulle prescrizioni il bollino verde, perché rarissimi altri medici lo fanno?
Risponde: «Perché l’Asl ci dissuade dall’usarli. In questo modo: se vuoi la tua razione di bollini devi andare ogni mese negli uffici dell’Asl e sobbarcarti attese e code interminabili. Io non demordo: ci vado e aspetto e faccio coda quanto serve. Ma molti medici rinunciano». Ecco svelato il mistero per cui i pazienti poveri che non reclamano diagnosi e cure urgenti finiscono sempre negli ambulatori dei medici della mutua. Che colpa ne ha, l’Asl, se le urgenze approdano negli studi e nelle cliniche private?
Ligi agli ordini di governi che, di destra o sinistra, gareggiano a chi taglia più fondi all’assistenza sanitaria pubblica, i dirigenti dell’Asl negano risorse ai loro medici. Ricorrendo a espedienti subdoli nella forma e violenti nella sostanza delle sofferenze che provocano. Ve li racconto con gli esempi riferiti dal mio medico perbene.

Non più di tot al mese
Cosa c’è di più imprevedibile di una malattia? Un medico non può sapere quanti, tra i propri assistiti, si ammaleranno il mese prossimo e di quali malattie. Men che meno può calcolare quanto costerà curare queste malattie. Eppure l’Asl gli impone un tetto di spesa. Per ogni mese del prossimo anno, gli dicono, non puoi spendere, poniamo più di 100, che è la media di quello che hai speso l’anno scorso.
Ora, supponiamo che, tra i 1.500 assistiti del mio medico perbene, un paio si becchino il cancro. O altre malattie che richiedono terapie costose. Bastano questi due sfortunati a tracimare il tetto di spesa imposto dall’Asl.
Ma l’Asl se ne fotte. E replica al medico: compensa la maggior spesa assorbita dai due malatissimi riducendo le prescrizioni ai malati meno gravi. Un ragionamento che implica uno di questi due sottintesi: o che il medico abitualmente fa prescrizioni superflue, dunque sacrificabili (e in tal caso ci si chiede perché l’Asl glielo consenta), oppure che il medico deve fare una graduatoria dei pazienti in base alla loro gravità, e sacrificare quelli meno gravi. E in questo caso un giudice serio dovrebbe incriminare sia il medico sia l’Asl per omissione di soccorso, omissione dei doveri d’ufficio, interruzione di pubblico servizio, lesioni colpose e chissà quant’altro.

Prevenzione addio
Carolina soffre di osteoporosi. Il mio medico perbene lo ha accertato prescrivendogli una Moc, esame che misura la densità delle ossa. Dunque il medico perbene prescrive a Carolina i farmaci per rallentare l’osteoporosi. Senza questi farmaci, le ossa perdono progressivamente consistenza, sino a fratturarsi con niente. Ebbene, sapete che cosa si sono inventati i Signori della Sanità Pubblica pur di risparmiare sui farmaci e continuare a sperperare in stipendi faraonici ai dirigenti e in altri sprechi di cui ridondano le cronache? Hanno deciso che i medici della mutua possono prescrivere farmaci contro l’osteoporosi soltanto dopo che le ossa dei malati hanno cominciato a sbriciolarsi. Ma attenzione: l’Asl non si contenta di fratture qualsiasi. Esige, in cambio della gratuità dei farmaci, la rottura delle vertebre o di ossa parimenti importanti. Così, se Carolina vuole prevenire l’osteoporosi deve curarsi di tasca propria.
Dinanzi a questa criminale trovata sparagnina il mio medico perbene si è incazzato a morte.
Altro esempio. Marco ha il colesterolo alto. Non c’è verso di mandarglielo giù, neppure con le diete, perché si tratta di un colesterolo fisiologico, cioè che l’organismo produce in eccesso, in barba a ogni dieta. Il guaio è che Marco soffre anche di ipertensione. Un’associazione (colesterolo più ipertensione) che fa salire alle stelle il rischio di infarto e di ictus. Logico che il mio medico perbene prescriva a Marco la giusta dose di farmaci contro il colesterolo. Farmaci costosi. Che l’Asl vuole far pagare ai pazienti. Così i Signori della Sanità Pubblica si sono inventati un’altra furbata: i medici della mutua sono autorizzati a prescrivere farmaci contro il colesterolo soltanto dopo che il paziente ha avuto almeno un infarto.
Criminale, vero? Per questo il mio medico perbene si è incazzato a morte.
A questo punto voi che fareste nei panni di un medico della mutua onesto e coscienzioso? Dovreste decidervi: obbedire alla vostra coscienza professionale oppure abiurarla e diventare complici delle turpitudini etiche dei gestori della sanità.
Il medico perbene di cui parlo non ha mai avuto dubbi: prima di tutto la salute dei pazienti, tutto il resto viene dopo. Così insiste a far mensilmente la questua all’Asl per ritirare i bollini verdi; così prescrive esami, visite specialistiche, farmaci e ricoveri a chi ne ha bisogno, e al diavolo se si splafona il mitico budget, cioè il preventivo di spesa mensile quantificato dall’Asl; così prescrive i farmaci contro l’osteoporosi a Carolina, senza aspettare che le si frantumino le vertebre; così prescrive i farmaci contro il colesterolo a Marco, prima che gli venga un infarto o un ictus.
E così il medico perbene è finito sul libro nero dell’Asl. Quello dove si scrivono non già i nomi dei moltissimi medici che speculano sulla salute dei pazienti, che intrallazzano con le cliniche private e le case farmaceutiche, che disertano gli ospedali pubblici per dedicarsi ai loro propri ambulatori, che sempre più spesso finiscono nel mirino dei magistrati. Il libro nero dell’Asl non è per medici malandrini. Mette alla gogna persecutoria i medici che riluttano a sacrificare i propri pazienti sugli altari dello spreco, della dissipazione e dell’inefficienza della sanità pubblica.
E sapete che succede quando un medico perbene finisce sul libro nero? Succede che gli mandano in ambulatorio la Guardia di Finanza affinché spulci tutte le ricette e le prescrizioni alla ricerca di una violazione degl’immorali sparagni dell’Asl. Pensate: vanno a ritroso nei controlli sino a cinque anni! Vi immaginate le conseguenze di tanto zelo se investito in una giusta causa ed esteso ai documenti contabili delle Asl, del ministero della Sanità e delle strutture sanitarie private?
Poi, se trovano ricette o prescrizioni non in armonia con le proprie direttive criminali, i dirigenti dell’Asl trattano da criminale il medico: lo denunciano per truffa allo Stato.
Sicché il medico perbene di cui vi narro adesso è preoccupato di far la fine di un collega, perbene come lui, cui l’Asl ha chiesto un indennizzo di 200 mila euro, a titolo di rimborso di farmaci che il medico non era autorizzato a prescrivere.
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