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sabato 23 febbraio 2008  
 

NEONATI ITALIANI MADE IN USA

Quelli che mandano la moglie a partorire negli Stati Uniti

Così nascono figli con la cittadinanza americana, che si aggiunge a quella italiana. A 18 anni dovranno scegliere per quale optare. Il primo caso circa otto anni fa, a Milano. Poi la voce si è sparsa e adesso è un viavai di partorienti dalla Lombardia alla Florida. Gli Usa sanno, ma, invece di bloccare le gestanti quando sbarcano a Miami, fingono di non accorgersi del loro stato, perché la finzione fa comodo a tutti.

 

 

 

 

Ho incontrato il primo produttore di cittadini americani in Italia circa dieci anni fa, a Milano. Chiamiamolo Alfio.
Alfio fa il broker assicurativo. Ragazzo sveglio, per bene, sulla quarantina, dirigente in carriera. Ha intelligenza brillante e spirito indipendente, nella vita come sul lavoro. Ideologicamente è un liberal, nell’accezione anglosassone del termine. Molto stomacato dal degrado della società italiana e della sua dirigenza sia politica che economica. Schifato dagli intrallazzi e dalle inefficenze italianoidi dell’azienda in cui peraltro ha rango primario e che peraltro è propaggine di multinazionale basata a New York.
Alfio è da sempre innamorato dell’America. Cioè della proiezione ideale e progettuale che ne fanno la stampa e la letteratura liberal, nonché delle opportunità che questo Paese schiude a chi ne condivida cultura, know-how professionale e ideologia; di più, Alfio ha per gli Stati Uniti il lasciapassare di censo e di ceto: è ricco ed è ben referenziato in quegli uffici milanesi dove si parla l’esperanto nordamericano, ambienti che sarebbe eccessivo bollare come antenne del governo di Washington e che sarebbe riduttivo definire meri centri e sodalizi di amicizia italoamericana.
Alfio viaggia spesso negli Stati Uniti per lavoro. Soggiorni di una settimana: un paio di giorni negli uffici della casamadre e il resto a zonzo per gli States, in compagnia della bella moglie. Si innamorano presto delle dimore più belle dei quartieri residenziali più belli delle città più belle. Grazie all’eredità genitoriale e ai crescenti proventi professionali, investono in un paio di alloggi. Un appartamento dignitoso a New York, a un tiro di taxi dal quartier generale del datore di lavoro; una villetta sul mare a due ore di decappottabile assolata da Miami.
Alfio e signora prolungano sempre più i soggiorni negli States, dove si trovano sempre più a loro agio. L’inglese è ormai una seconda, fluente lingua, e, per Alfio, la prima in ufficio, da che è stato preposto a occuparsi esclusivamente dei clienti multinazionali, rigorosamente speaking-english. E si godono, degli States, tutti i vantaggi offerti ai turisti danarosi, più quelli riservati ai manager stranieri cooptati nelle multinazionali a stelle e strisce (a volte chiamati, dai Wasp nei coffee-break del quartier generale, i nostri avamposti in colonia), più quelli dell’efficienza endemica, al netto di tutti gli svantaggi che pesano sui residenti, giacché è impossibile apprezzare il paradiso se ci si vive da sempre e non se ne è mai usciti.
Quando sua moglie è incinta al quarto mese, Alfio riscuote i frutti di confidenze e riflessioni annose. Sin dai tempi del fidanzamento le ha sempre esternato la propria ammirazione per gli States e il desiderio di stabilirvisi, magari da pensionato, o quantomeno di viverci parecchi mesi l’anno; le ha sempre illustrato quali e quanti maggiori opportunità di crescita, di acculturamento e di carriera siano riservate a un giovane nordamericano rispetto ai coetanei del resto del mondo; le ha sempre raccontato, spesso con connotazioni aneddotiche a seguito di disavventure di viaggio, quanto un passaporto americano sia il miglior lasciapassare per andarsene in giro indisturbati, riveriti e intoccabili sotto ogni latitudine. Per cui, conclude, perché non vai a partorire negli Stati Uniti? Se nostro figlio nasce laggiù acquisisce di diritto la cittadinanza americana. Meglio: acquisisce quella americana senza perdere quella italiana, avendo tempo sino ai diciott’anni per sceglierne una.
Le gestanti, si sa, hanno in testa un mappamondo con la forma del loro futuro bambino; se non temessero blasfemia, direbbero che dio stesso si è fatto carne nel feto e a Lui (feto, prima che dio) tutto si sacrifica. Dunque perché non accollarsi una trasferta a Miami nell’interesse supremo del proprio bambino?
Si allestisce la messinscena per ingannare le guardie confinarie degli Stati Uniti, che mai dovrebbero far entrare una donna incinta (nel timore di dovere poi concedere la cittadinanza al neonato, in ossequio allo jus solis sancito dalla Costituzione): la signora viene abbigliata con capi che mascherano un’enfiagione ventrale del resto modesta e viene addestrata a camuffare eventuali sintomi da gestazione o ad attribuirli a cause diverse dalla gravidanza. Alfio si preoccupa di scovare, grazie anche ad amici-colleghi della Florida, la miglior clinica dove la moglie andrà a partorire, nonché a reperirle gli specialisti migliori, dal ginecologo al personale che l’assisterà nella villetta a due ore di decappottabile da Miami.
Così Alfio junior, cioè Franklin Demetrio (prenome ineludibile, dovendosi omaggiare il papà di Alfio) nasce a Miami, Florida, Stato della federazione degli Stati Uniti. Un mese dopo mamma e papà salgono con Alfio junior sull’aereo che li riporta in patria, esibendo al check-in tre passaporti: due sono italiani, intestati ai genitori, il terzo è statunitense, intestato al piccolo Franklin D., con tanto di foto. Alla poliziotta della dogana che sorride al neonato e commenta: «Si chiama come il nostro grande presidente», Alfio risponde: «Potrebbe diventarlo anche lui, presidente degli Stati Uniti, visto che vi è nato».
Due anni dopo Alfio raddoppia le probabilità di accedere, per interposta schiatta, alla Casa Bianca: nella medesima clinica di Miami la sua signora dà a Franklin Demetrio un fratellino: John Valerio, il secondo prenome un omaggio compensativo alla suocera Valeria.
A Milano Alfio, anche grazie a una personalità effervescente e una cultura che gli consentono di brillare in ogni salotto, è molto conosciuto. E risaputa è la storia dei suoi due figli approdati neonati e con passaporto americano alla Malpensa. Una storia che è tasto obbligato in ogni pianismo conversativo, sempre echeggiato con accompagnamento dei benefici connessi alla doppia cittadinanza, che consente ai ragazzi di fruire di tutti i vantaggi offerti dallo Stato italiano ai propri cittadini e poi, a 18 anni, di piantarlo in asso a maggior gloria dello Stato americano, che si ritrova diciottenni pimpanti e ben cresciuti a spese dell’Italia. Ma è soprattutto un altro aspetto a far scattare processi imitativi nei molti coniugi affascinati dal parto in trasferta: la prospettiva di beneficiare delle norme statunitensi sull’immigrazione, che consentono ai loro cittadini di farsi raggiungere dai genitori stranieri. Significa che Alfio e signora potranno un giorno dire addio all’Italia e trasferirsi stabilmente negli Stati Uniti, con la scusa di ricongiungersi ai figli. Per tacere della speranza, taciuta perché indicibile ma statisticamente non inferiore a quella di vincere le italiche lotterie, di vedere il proprio figlio alla Casa Bianca.
Così la moglie di Alfio, che ha lasciato il lavoro di contabile alla nascita del primo figlio, si scopre un nuovo lavoro: diventa consulente delle coppie che desiderano partorire negli Stati Uniti allo scopo di far acquisire ai figli la cittadinanza di questo Paese. Una consulenza che spazia dalla logistica alla burocrazia alla simulazione, giacché il meccanismo funziona a condizione di dichiarare di essersi scoperte incinte negli Stati Uniti: in caso contrario, i poliziotti potrebbero rimetterti sull’aereo di ritorno non appena sbarchi a Miami.
La comunità affaristica milanese è tra le più frizzanti d’Italia. Dunque la più sottoposta all’occhiuta vigilanza dello spionaggio economico (e politico) americano. Che, anche tramite Echelon (il sistema di satelliti-spia) ascolta tutto di tutti. E tutto scopre e riferisce, come dimostrano la puntualità e l’efficienza con cui intervengono, anche in barba alle nostre leggi, ogni volta che ritengono minacciati gli interessi delle aziende degli Stati Uniti. Per cui è impensabile ipotizzare che non si siano mai accorti del lavoro della moglie di Alfio, né che i loro automatismi d’allarme statistico non abbiano segnalato il viavai di partorienti da Milano alla Florida, corollati da tirature di passaporti per neonati da far invidia a un bestseller.
Eppure il viavai non ci risulta sia stato interrotto. Nessuna, delle donne italiane che sbarcano a Miami con un pancino non piattissimo, viene mai sottoposta a visita medica. Questo significa che la produzione di italiani made in Usa fa comodo, almeno sino a quando si tratta di mettere il marchio made in Usa sui neonati giusti, figli di ricchi e filoamericani, non di pezzenti magari col nonno iscritto al Pci. È un meccanismo funzionale al neocolonialismo degli Stati Uniti, rivelandosi sorta di eugenica dirigenziale e di garanzia sui condizionamenti futuri: come potranno, i Franklin Demetrio e i John Valerio, rinnegare il richiamo al patriottismo?
Del resto l’infiltrazione nelle schiere nemiche e la cooptazione del nemico nelle proprie sono strumenti antichi quanto il meretricio e il tradimento: dai signorotti medievali che consegnano il figlio cadetto alla carriera ecclesiastica ai padrini mafiosi che lo avviano a quella giudiziaria. Un rampollo in paradiso fa sempre comodo, ai mortali come agli dèi.

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