Ho
incontrato il primo produttore di cittadini americani in Italia
circa dieci anni fa, a Milano. Chiamiamolo Alfio.
Alfio fa il broker assicurativo. Ragazzo sveglio, per bene, sulla
quarantina, dirigente in carriera. Ha intelligenza brillante e spirito
indipendente, nella vita come sul lavoro. Ideologicamente è un liberal,
nellaccezione anglosassone del termine. Molto stomacato dal
degrado della società italiana e della sua dirigenza sia politica
che economica. Schifato dagli intrallazzi e dalle inefficenze italianoidi
dellazienda in cui peraltro ha rango primario e che peraltro
è propaggine di multinazionale basata a New York.
Alfio è da sempre innamorato dellAmerica. Cioè della proiezione
ideale e progettuale che ne fanno la stampa e la letteratura liberal,
nonché delle opportunità che questo Paese schiude a chi ne condivida
cultura, know-how professionale e ideologia; di più, Alfio ha per
gli Stati Uniti il lasciapassare di censo e di ceto: è ricco ed
è ben referenziato in quegli uffici milanesi dove si parla lesperanto
nordamericano, ambienti che sarebbe eccessivo bollare come antenne
del governo di Washington e che sarebbe riduttivo definire meri
centri e sodalizi di amicizia italoamericana.
Alfio viaggia spesso negli Stati Uniti per lavoro. Soggiorni di
una settimana: un paio di giorni negli uffici della casamadre e
il resto a zonzo per gli States, in compagnia della bella moglie.
Si innamorano presto delle dimore più belle dei quartieri residenziali
più belli delle città più belle. Grazie alleredità genitoriale
e ai crescenti proventi professionali, investono in un paio di alloggi.
Un appartamento dignitoso a New York, a un tiro di taxi dal quartier
generale del datore di lavoro; una villetta sul mare a due ore di
decappottabile assolata da Miami.
Alfio e signora prolungano sempre più i soggiorni negli States,
dove si trovano sempre più a loro agio. Linglese è ormai una
seconda, fluente lingua, e, per Alfio, la prima in ufficio, da che
è stato preposto a occuparsi esclusivamente dei clienti multinazionali,
rigorosamente speaking-english. E si godono, degli States,
tutti i vantaggi offerti ai turisti danarosi, più quelli riservati
ai manager stranieri cooptati nelle multinazionali a stelle e strisce
(a volte chiamati, dai Wasp nei coffee-break del quartier generale,
i nostri avamposti in colonia), più quelli dellefficienza
endemica, al netto di tutti gli svantaggi che pesano sui residenti,
giacché è impossibile apprezzare il paradiso se ci si vive da sempre
e non se ne è mai usciti.
Quando sua moglie è incinta al quarto mese, Alfio riscuote i frutti
di confidenze e riflessioni annose. Sin dai tempi del fidanzamento
le ha sempre esternato la propria ammirazione per gli States e il
desiderio di stabilirvisi, magari da pensionato, o quantomeno di
viverci parecchi mesi lanno; le ha sempre illustrato quali
e quanti maggiori opportunità di crescita, di acculturamento e di
carriera siano riservate a un giovane nordamericano rispetto ai
coetanei del resto del mondo; le ha sempre raccontato, spesso con
connotazioni aneddotiche a seguito di disavventure di viaggio, quanto
un passaporto americano sia il miglior lasciapassare per andarsene
in giro indisturbati, riveriti e intoccabili sotto ogni latitudine.
Per cui, conclude, perché non vai a partorire negli Stati Uniti?
Se nostro figlio nasce laggiù acquisisce di diritto la cittadinanza
americana. Meglio: acquisisce quella americana senza perdere quella
italiana, avendo tempo sino ai diciottanni per sceglierne
una.
Le gestanti, si sa, hanno in testa un mappamondo con la forma del
loro futuro bambino; se non temessero blasfemia, direbbero che dio
stesso si è fatto carne nel feto e a Lui (feto, prima che dio) tutto
si sacrifica. Dunque perché non accollarsi una trasferta a Miami
nellinteresse supremo del proprio bambino?
Si allestisce la messinscena per ingannare le guardie confinarie
degli Stati Uniti, che mai dovrebbero far entrare una donna incinta
(nel timore di dovere poi concedere la cittadinanza al neonato,
in ossequio allo jus solis sancito dalla Costituzione): la
signora viene abbigliata con capi che mascherano unenfiagione
ventrale del resto modesta e viene addestrata a camuffare eventuali
sintomi da gestazione o ad attribuirli a cause diverse dalla gravidanza.
Alfio si preoccupa di scovare, grazie anche ad amici-colleghi della
Florida, la miglior clinica dove la moglie andrà a partorire, nonché
a reperirle gli specialisti migliori, dal ginecologo al personale
che lassisterà nella villetta a due ore di decappottabile
da Miami.
Così Alfio junior, cioè Franklin Demetrio (prenome ineludibile,
dovendosi omaggiare il papà di Alfio) nasce a Miami, Florida, Stato
della federazione degli Stati Uniti. Un mese dopo mamma e papà salgono
con Alfio junior sullaereo che li riporta in patria, esibendo
al check-in tre passaporti: due sono italiani, intestati ai genitori,
il terzo è statunitense, intestato al piccolo Franklin D., con tanto
di foto. Alla poliziotta della dogana che sorride al neonato e commenta:
«Si chiama come il nostro grande presidente», Alfio
risponde: «Potrebbe diventarlo anche lui, presidente degli
Stati Uniti, visto che vi è nato».
Due anni dopo Alfio raddoppia le probabilità di accedere, per interposta
schiatta, alla Casa Bianca: nella medesima clinica di Miami la sua
signora dà a Franklin Demetrio un fratellino: John Valerio, il secondo
prenome un omaggio compensativo alla suocera Valeria.
A Milano Alfio, anche grazie a una personalità effervescente e una
cultura che gli consentono di brillare in ogni salotto, è molto
conosciuto. E risaputa è la storia dei suoi due figli approdati
neonati e con passaporto americano alla Malpensa. Una storia che
è tasto obbligato in ogni pianismo conversativo, sempre echeggiato
con accompagnamento dei benefici connessi alla doppia cittadinanza,
che consente ai ragazzi di fruire di tutti i vantaggi offerti dallo
Stato italiano ai propri cittadini e poi, a 18 anni, di piantarlo
in asso a maggior gloria dello Stato americano, che si ritrova diciottenni
pimpanti e ben cresciuti a spese dellItalia. Ma è soprattutto
un altro aspetto a far scattare processi imitativi nei molti coniugi
affascinati dal parto in trasferta: la prospettiva di beneficiare
delle norme statunitensi sullimmigrazione, che consentono
ai loro cittadini di farsi raggiungere dai genitori stranieri. Significa
che Alfio e signora potranno un giorno dire addio allItalia
e trasferirsi stabilmente negli Stati Uniti, con la scusa di ricongiungersi
ai figli. Per tacere della speranza, taciuta perché indicibile ma
statisticamente non inferiore a quella di vincere le italiche lotterie,
di vedere il proprio figlio alla Casa Bianca.
Così la moglie di Alfio, che ha lasciato il lavoro di contabile
alla nascita del primo figlio, si scopre un nuovo lavoro: diventa
consulente delle coppie che desiderano partorire negli Stati Uniti
allo scopo di far acquisire ai figli la cittadinanza di questo Paese.
Una consulenza che spazia dalla logistica alla burocrazia alla simulazione,
giacché il meccanismo funziona a condizione di dichiarare di essersi
scoperte incinte negli Stati Uniti: in caso contrario, i poliziotti
potrebbero rimetterti sullaereo di ritorno non appena sbarchi
a Miami.
La comunità affaristica milanese è tra le più frizzanti dItalia.
Dunque la più sottoposta allocchiuta vigilanza dello spionaggio
economico (e politico) americano. Che, anche tramite Echelon (il
sistema di satelliti-spia) ascolta tutto di tutti. E tutto scopre
e riferisce, come dimostrano la puntualità e lefficienza con
cui intervengono, anche in barba alle nostre leggi, ogni volta che
ritengono minacciati gli interessi delle aziende degli Stati Uniti.
Per cui è impensabile ipotizzare che non si siano mai accorti del
lavoro della moglie di Alfio, né che i loro automatismi dallarme
statistico non abbiano segnalato il viavai di partorienti da Milano
alla Florida, corollati da tirature di passaporti per neonati da
far invidia a un bestseller.
Eppure il viavai non ci risulta sia stato interrotto. Nessuna, delle
donne italiane che sbarcano a Miami con un pancino non piattissimo,
viene mai sottoposta a visita medica. Questo significa che la produzione
di italiani made in Usa fa comodo, almeno sino a quando si
tratta di mettere il marchio made in Usa sui neonati giusti,
figli di ricchi e filoamericani, non di pezzenti magari col nonno
iscritto al Pci. È un meccanismo funzionale al neocolonialismo degli
Stati Uniti, rivelandosi sorta di eugenica dirigenziale e
di garanzia sui condizionamenti futuri: come potranno, i Franklin
Demetrio e i John Valerio, rinnegare il richiamo al patriottismo?
Del resto linfiltrazione nelle schiere nemiche e la cooptazione
del nemico nelle proprie sono strumenti antichi quanto il meretricio
e il tradimento: dai signorotti medievali che consegnano il figlio
cadetto alla carriera ecclesiastica ai padrini mafiosi che lo avviano
a quella giudiziaria. Un rampollo in paradiso fa sempre comodo,
ai mortali come agli dèi.